"Se l'inverno è qui può la primavera essere lontana?"


Così si chiedeva il poeta inglese Percy Bysshe Shelley nella sua famosa poesia “Ode al vento d’Occidente”.Possiamo ben sperare da un interrogativo del genere, tipico esempio di pensiero positivo, perché sappiamo che, per quanto duro, lungo e sofferto possa essere un inverno (e quello appena trascorso lo è stato davvero!), è comunque destinato a finire e a dare spazio alla primavera. Una speranza certa, quindi, che aiuta gli esseri umani a continuare a vivere. Possiamo di nuovo seminare per crescere e rigenerarci. Senza semina non c’è vita, e saremmo tutti inevitabilmente destinati a morire.

Io ho sempre amato la primavera. Il tenero colore verde delle nuove foglie e della fragile erba, pronte a diventare scure di denso verde per dare i ricchi frutti in estate. Anche in questi ultimi giorni di freddo intenso ho potuto rendermi conto che, tra vento, pioggia e neve, qualcosa stava accadendo a quei rami dell’albero di albicocco nel giardino o quelle congelate zolle che calpestavo in tutta fretta attraversando il parco innevato. Sì, mi dicevo, qualcosa sta per succedere, lo so.  Qualcosa è destinato ad accadere ancora una volta, come è giusto che sia e come è accaduto tante volte.

La primavera apre la mente e libera l’immaginazione, dando sfogo alle immagini di cui la fantasia si nutre. Siamo tutti come orsi ibernati che veniamo fuori dalle nostre caverne chiamate case, e come in un rito antico, ci incontriamo sulla terra, nella natura, madre ritrovata. Simili a tanti bulbi e gemme in sonno, spingiamo verso l’esterno per aprirci ai raggi del sole, all’ora segnata del nostro orologio interno che ci dice “ E’ ora!  Andate, crescete, aprite, cambiate, fiorite”.

Mi piace pensare al momento in cui la primavera arriverà ed io avvertirò la sua presenza sia fisicamente che emotivamente. Nella mia immaginazione mi chiedo se anche i piccoli di quella lepre che ho visto correre nella neve mentre, dal finestrino di quell’Eurostar, guardavo i campi innevati dell’Appennino, la pensano e si sentono come me. I loro istinti  e quelli di tanti altri animali saranno certamente come i miei, ma solo noi esseri umani sappiamo che la primavera è una vera e propria benedizione nel suo felice e atteso ritorno.

Ben sapendo quanto mi è caro questo arrivo, non posso non ricordare con nostalgia, ed anche dolore, di un tempo quando non volevo che la primavera arrivasse. E’ sempre difficile parlare con gli altri di cose personali, di cose che neanche tu sai perché accadono, alle quali nemmeno tu sai dare un senso, una spiegazione. Se ve le dico è perché, quello che ho provato io, avete potuto provarlo anche voi. La mia storia, insomma, potrebbe essere la vostra storia.

Io credo che la vita sia una benedizione, ma la vita non è mai semplice. Tutti ci troviamo a dover fronteggiare crisi, difficoltà, dolori in un modo od un altro, come e quando meno te lo aspetti. Quelli sono i momenti dell’inverno. Io vi sto narrando di un mio inverno, uno dei tanti trascorsi, e voi leggendo potrete ricordare qualcuno dei vostri.

Era l’inverno di molti anni fa, trascorso da giovane, altrove, un inverno simile a quello che sta per concludersi. Freddo, lungo, faticoso, tra piogge, venti gelidi e nevicate. Non si vedevano i campi da settimane, ricoperti da una coltre di neve bianca e persistente, avvolti una nebbia impenetrabile e oscura. Il cielo si manteneva costantemente chiuso e grigio e sembrava che il sole non sarebbe mai più sorto. Eravamo a fine ottobre come assediati in quel posto dove lavoravo, un  “ospedale mentale”, fatto di tanti padiglioni, chiamati “cottage” o anche “villa”, disseminati per un raggio di diversi chilometri, alla periferia dell’antica città romana di Verulanium, la moderna St. Albans, a nord di Londra.

Tante e tante “ville”,  tutte abitate da pazienti di varia età, affetti da patologie fisiche e mentali. Da quelle  per i bambini a quelle per i giovani o i vecchi. Il settore femminile separato da quello maschile da una lunga serie di edifici amministrativi. Oltre duemila pazienti, assistiti da duecento e più infermieri. Gran parte di essi erano giovani studenti lavoratori: italiani, portoghesi, francesi, spagnoli, olandesi, ma non mancavano africani e indiani. Molti per lavoro, altri per lavorare e imparare la lingua inglese. Le palazzine per gli uffici, l’infermeria, le cucine, la biblioteca, la piscina, il campo di golf, il tennis club, la fattoria agricola… Insomma  una comunità autosufficiente distante qualche  km dalla città.

Ognuno di noi aveva una sua ragazza che viveva nel “nursing home” riservato allo staff femminile. Io avevo Puck, l’olandesina con la quale parlavo di letteratura, cinema, teatro e… d’amore. Giocavamo a tennis, sedevamo sul bordo della piscina, assistevamo alle partite di bowling sugli sconfinati prati verdi tenendoci compagnia in quell’ordinato mondo di matti veri i quali, a differenza di noi che li accudivamo, vivevano allegramente la loro follia senza saperlo. Una sera, seduti sotto una delle tante rotonde di legno sparse per il parco, in un momento di effusione e di tenerezza, mi confidò che era affetta anche lei da un male “folle” ed  inguaribile e per il quale aveva pochi mesi di vita. Cinque, sei al massimo. Alla fine dell’inverno sarebbe ritornata a casa, in Olanda…

Era la fine di ottobre e la neve aveva bloccato tutta la regione per settimane. Alcuni elicotteri avevano addirittura sorvolato l’ospedale lanciando la posta e alcuni viveri. La finestra della mia stanza al piano terra dello “staff block” degli uomini aveva la neve che si saliva fino al limite della stanza e non faceva penetrare nemmeno la luce dentro. Tra le mie braccia mi disse che a primavera sarebbe andata via. Via da quel posto di pazzia quotidiana, per andare a morire nel suo Paese. Io rimasi di sasso. Il legame che ci univa era forte ma lei faceva di tutto per allontanarsi da me. Nessuno doveva sapere, mi disse. Nessuno poteva capire. Nessuno avrebbe potuto fare nulla.

L’inverno cadde nel mio animo e man mano che  i giorni passavano mi prese l’angoscia del distacco, della sua partenza, della sua separazione non solo da me. Non avremmo potuto più rincorrerci come eravamo soliti fare sui prati, nei campi di grano, su per le colline ondulate o sulle mura romane della città, lungo il grande lago dei cigni, vicino al museo. Non avremmo più ascoltato in silenzio quel grande organo della cattedrale suonare con grande maestosità quella musica che veniva da lontano e che si diffondeva magicamente per le ampie navate. La neve era dura e speravo che non si fosse mai sciolta, per aprire le strade alla sua partenza. Lei era tranquilla, mi confortava, mi faceva capire, quasi me lo imponeva, che lei era felice che venisse la primavera, perché sarebbe andata via, sarebbe ritornata a casa. Avrebbe lasciato lì il suo corpo e sarebbe rifiorita a nuova vita. L’ascoltavo incredulo, e tremavo dentro per il freddo e per la paura.

Alla fine la primavera arrivò e proprio il 20 marzo se ne andò accompagnata dal padre che era venuto a prenderla con la macchina per riportarla in patria. Piccola, minuta, sorridente ma composta, mi strinse la mano e mi baciò sulla guancia dicendomi che l’inverno era finito e che la primavera era venuta a prenderla. Non la rividi mai più. Qualcuno mi scrisse che prima che l’estate cominciasse se n’era andata con gli ultimi giorni della primavera, come mi aveva detto che avrebbe fatto.

Ci ho messo anni, da quell’inverno, per  cercare di dimenticare, cercare di amare la primavera. Ma non ci riesco. Ogni giorno di questa magica stagione mi ricorda il grigiore di quell’inverno e il dolore di quella primavera. Per anni ho avuto nella mente la sua voce. Il poeta Shelley dice nella poesia citata rivolgendosi al vento: “Porta i miei pensieri morti nell’universo come foglie imbiancate per risvegliare una nuova vita!” Come lui, chiedo al vento di ponente di far volare via i miei pensieri di morte, di liberarmi dell’antico e del vecchio inverno e aprirmi al nuovo della primavera. Se l’inverno era nel mio animo, la primavera non poteva essere lontana, anche se lei era andata via. Qualche anno fa, tra le tante carte del tempo, ritrovai su di un foglio i versi di una sua poesia scritta in un italiano insicuro, ma profondo e commovente:

La primavera comincia

in quel preciso momento dell’inverno

(non importa se dicembre o marzo)

quando i sensi

solleticati dalla neve che si scioglie

o dal calore del sole bianco

sobbalzano all’improvviso

per l’attesa e la disperazione

e si trasforma in speranza.

Ebbi modo allora, leggendo questa poesia, di capire quanto mi era accaduto in quei giorni lontani. Mi resi conto che avevo fatto un salto, come di sobbalzo, e che la disperazione si era trasformata in speranza. Le  parole scritte di Puck incidevano sull’effimera carta del tempo la trasformazione dell’inverno dell’anima nella nuova vita della primavera della speranza.

La speranza, che contiene in sè la primavera, dà spazio alle nuove possibilità di cui gli esseri umani hanno bisogno per trasformarsi. E così che accade da millenni, senza che noi ce ne rendiamo conto. Ma le prove sono tante. L’archeologia ha portato alla luce statue di divinità antiche di oltre 25 mila anni aventi con sé il segno della fertilità e della nascita. In termini concreti la primavera rappresenta il tempo della fotosintesi e della trasformazione della morte in vita col ritorno al sole e alla sua luce. In termini spirituali rappresenta la maturazione della speranza per la continuità e il rinnovamento che diventa fede nella vita.  Ma, a ben pensarci, la primavera può arrivare in qualsiasi momento della nostra vita, se lo si vuole:

Se saprai far crescere nel tuo cuore 

un ramo verde,

verrà un giorno,

lo so, per restare,

un uccello che canta.

Vota:
Scrittura introspettiva - 1° parte
"Alternative Medicine" e il Mistero dei Fenomeni N...

Commenti

 
Ancora nessun commento

Accedi