homo sapiens 1962

RAPPORTO SULLA SALUTE DEL MONDO: LE MALATTIE CHE AFFLIGGONO L'UOMO SONO ESATTAMENTE 999

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Parlare di malattie è spiacevole, ma centinaia di competenti riuniti nel Palazzo dell'ONU a Ginevra lo stanno facendo da tre settimane. Sono i rappresentanti di centotredici paesi, membri dell'Organizzazione mondiale di sanità: ognuno di loro racconta come si muore dalle sue parti, che cosa si fa per morire di meno. Ognuno di loro ha portato dati e statistiche ufficiali recenti, ha contribuito a formare un documento monumentale che si chiama "Secondo rapporto sulla situazione sanitaria nel mondo". Lo abbiamo potuto avere in primizia, ci è stato concesso di studiarlo per il tempo voluto: sono seicento grandi pagine dattiloscritte, tabelle, numeri e scheletriche relazioni di fatti, il cancro, la lebbra, la peste. Un monumento del mezzo ventesimo secolo che con le cifre e distaccate parole evoca i mirabili elenchi dell'abate Beda. De natura rerum, che commossero e istruirono una certa parte del pianeta. Non per niente le malattie, i traumi e gli accidenti che conducono l'Uomo alla Morte sono 999: non uno di più, non uno di meno, così ha stabilito il grande rapporto. Ha da venire dunque il millesimo; e sarà l'apocalisse?

Le principali malattie che affliggono l'homo sapiens 1962 sono la malaria, le cardiopatie, i tumori, la leucemia, la tubercolosi, la poliomielite, la lebbra. Insieme agli incidenti manovrano la grande falce. Poi in gruppo il vaiolo, il colera, l'influenza, le gastroenteriti e le febbri tifoidi, il tracoma, le filariasi, la framboesia, le malattie veneree, le malattie mentali,

La malaria. È il flagello di gran lunga più diffuso nel mondo. Fino al 1955 colpiva ogni anno duecento milioni di persone uccidendone due. Ancora oggi oltre millecento milioni di uomini sono esposti al contagio, senza possibilità di difesa. La malaria è anche la malattia più grave in senso economico. Su un totale di 215 paesi e territori del mondo, almeno 140 vedono per sua colpa seriamente frenato il proprio sviluppo. In Africa il 15 per cento circa dei bambini muore per malaria: per l'economia di un paese il decesso prima dei quindici anni rappresenta una perdita secca (guadagno netto, invece, quando il decesso si produce dopo i quarant'anni: la media statistica dice così). In India la perdita annua di ore lavorative dovuta alla malaria cagiona una perdita di produttività del 25 per cento, ossia 450 milioni di dollari. Nel Messico, 150 milioni di dollari. Il parassita fatto di una sola cellula impedisce la coltivazione di sterminate riserve agricole, impedisce addirittura a molti paesi di avviarsi verso la civiltà, poiché soltanto da basi agricole essi possono muoversi e raggiungere miglioramenti sociali e sviluppi commerciali e industriali. Ma dal 1945, per la prima volta dopo millenni di ossessione per il Male del Grande Ventre, l'uomo è andato alla riscossa. L'arma è il DDT, la cui invenzione fece giustamente conferire allo svizzero Müller il Nobel. L'unico modo di vincere è di sterminare le sessanta specie di zanzare che iniettano il parassita nel sangue, spezzando la catena uomo-zanzare-uomo. È stato calcolato che l'estirpazione totale delle anofele dalla faccia della terra è tecnicamente possibile e costerebbe millesettecento milioni di dollari. L'uomo ci sta provando, la campagna è in corso da cinque anni. Grandi vittorie sono già state conseguite: in Europa, soltanto la Grecia conta ancora circa duecento casi all'anno (ma contro i 900 mila del 1944). Tuttavia, voci drammatiche si sono già levate qua e là per il mondo: si sono cominciate a scoprire zanzare resistenti al DDT: la prima è stata segnalata in Grecia nel 1951. Così è cominciata una corsa: distruggere la specie prima che la mutazione resistente si diffonda, altrimenti torneremo terribilmente da capo, tutto sarà stato vano. Così migliaia di squadre, decine di migliaia di veicoli, milioni di tonnellate di materiale sono in movimento affannoso in tutto il mondo per battere sul tempo l'anofele-DDT-resistente. È calcolato che fra cinque anni la nostra arma potrà essere ormai inefficace. Innumerevoli studiosi stanno lavorando febbrilmente per inventare un nuovo insetticida. Una lotta disperata fra la zanzara e l'uomo.

Le cardiopatie. Dodici categorie di malattie del cuore e dei vasi rappresentano la prima causa di morte nei paesi civili, Europa e America settentrionale in testa. Fra queste dodici, l'arteriosclerosi delle coronarie e la miocardite degenerativa interessano più della metà dei casi, e insieme con le lesioni vascolari a carico del sistema nervoso centrale (emorragie cerebrali) il 78 per cento del totale. Curioso: soltanto in Giappone le emorragie cerebrali sono più frequenti delle arteriosclerosi alle coronarie. Nel 1959, in Italia si sono avuti per cardiopatie (escluse emorragie cerebrali) 86.910 decessi, in Francia 93.098, in Inghilterra 142.274 (le popolazioni francese e britannica, è noto, contano cinque milioni di abitanti meno della nostra). Sulle malattie del cuore e dei vasi si è capito abbastanza ma non troppo, specialmente sulle cause. Vaste ricerche sono attualmente indirizzate a risolvere interrogativi come questi: perché in certe popolazioni le cardiopatie sono più diffuse e più gravi? Perché in certe altre sono sconosciute? Quali sono i ceti sociali, le categorie di lavoratori che ne sono più soggetti?

Cancro. Negli ultimi dieci anni si rileva un pauroso incremento del tumore maligno al polmone. Qualcuno ha detto "incremento di tipo epidemico". Ormai sono travolti paesi, come il Giappone e il Cile, che prima della guerra quasi ignoravano la malattia. Dopo le cardiopatie, il cancro è la maggiore minaccia alle popolazioni di elevata civilizzazione. Nel 1959, in Italia si sono avuti 70.460 decessi per tumori maligni, in Francia 85.751, in Inghilterra 98.761, negli Stati Uniti 260.047. In India, nella classifica delle malattie mortali (al primo posto la bronchite con un milione 366.307 decessi!) il tumore maligno ha già superato la tubercolosi con 244.608 decessi. Ma il pericolo massimo viene ora, come si è detto, dal cancro alle vie respiratorie. In Svizzera, per esempio, ha ucciso 1074 persone nel 1960 contro 155 nel 1930. Uno dei fattori più sorprendenti è la diversità di presenza statistica della malattia in certi paesi apparentemente assai simili: per esempio il tasso di mortalità dovuto al cancro al polmone, nel 1957, è stato del 27,6 per centomila abitanti in Finlandia contro appena l'8,6 in Norvegia. Gli esperti definiscono queste differenze "inattese e inesplicabili". I1 cancro al polmone colpisce cinque volte di più la popolazione maschile che quella femminile. La mortalità aumenta costantemente a partire dall'età di 35-44 anni per giungere al suo massimo tra i 65 e i 74 anni. L'Organizzazione mondiale di sanità riferisce che "eminenti epidemiologi hanno incriminato certi fattori eziologici, e soprattutto, in ordine d'importanza, l'uso del tabacco e la contaminazione dell'aria".

Leucemia. Netta tendenza all'aumento in tutto il mondo. Il tasso di mortalità negli Stati Uniti, nel 1950, era di 5,9 per centomila abitanti; nel 1959 era salito a 7. Nel Cile, da 1,6 a 3,1. L'aumento è sensibile soprattutto fra le persone in età matura, con incremento di forme atipiche. L'uomo è colpito più che la donna.

Tubercolosi. Terribile fino a pochi anni fa, la tubercolosi è oggi in deciso e probabilmente definitivo regresso. L'involuzione ha avuto inizio da una decina d'anni e continua favorevolmente quasi ovunque: la mortalità è caduta di un terzo in tutto il mondo. Clamoroso il caso dell'Inghilterra: ai primi del secolo la tubercolosi vi era causa di un nono dei decessi, oggi è scesa a meno di un cinquantesimo. Il successo, in generale. è dovuto al miglioramento di molti fattori congiunti: igiene, habitat, alimentazione, condizioni economiche, isolamento, prevenzione. Il movimento benigno si è accelerato grazie soprattutto alla chemioterapia (farmaci antibatterici) che da dieci anni è l'elemento essenziale della terapeutica moderna. Si deve poi aggiungere la campagna profilattica intensiva, con le vaccinazioni del BCG. Un dato conclusivo, che ci riguarda, è il seguente: in diciannove paesi dell'Europa, nel 1950 si sono avuti 122.786 morti per tubercolosi; nel 1959, 47.718. Il tasso di mortalità, per centomila abitanti, è sceso dunque da 47,8 a 17,4.

Poliomielite. Diffusa ovunque nel mondo, presenta la sua forma classica principalmente nelle regioni temperate. In ben centotrenta Stati è in regresso: il numero annuo di casi dichiarati era di 85 mila circa fra il 1951 e il '53; nel 1960 il totale è stato di 37.372. La caduta è ovviamente dovuta alla vaccinazione antipolio applicata su larga scala; infatti i paesi che vi si sono impegnati più a fondo hanno ottenuto i risultati più importanti. Straordinaria la vittoria negli Stati Uniti e Canada: da oltre 46 mila casi annui nel 1951-'53, 4.071 nel 1960. Per contro, la poliomielite è in aumento nelle regioni del Pacifico (esclusa Australia e Nuova Zelanda), in aumento nelle Americhe centrale e meridionale, in lieve aumento anche in Africa. In sostanza, ha quasi l'aria di prendersi una rivincita nelle regioni confinanti con quelle dove subisce i maggiori scacchi. L'Europa (ventisette paesi su quarantacinque) è passata da 24.052 casi nel 1951a 16.010 nel 1960. Ormai si può dire che i nostri figli non avranno più paura della poliomielite così come noi cominciamo a non avere più paura della tubercolosi.

Lebbra. La valutazione del numero di lebbrosi nel mondo è per ragioni intuibili alquanto difficile. L'OMS indica una cifra dai dodici ai quindici milioni di persone. I1 Flagello di Dio, antico più della Bibbia, colpisce ancora tutti i continenti. In Europa, dopo la famosa pandemia medievale (i malati erano considerati, secondo le Sacre Scritture, peccatori che portavano sul volto il marchio del castigo divino), la minaccia si è attenuata negli ultimi secoli e oggi è praticamente ignorata. Originario dalla Cina e dall'India, il bacillo della lebbra è rimasto in Asia e si è diffuso soprattutto in Africa. In India, nel 1960, si sono dichiarati 21.190 nuovi casi, in Rhodesia 6.136, ma si tratta di casi denunciati spontaneamente a ospedali o ambulatori, perciò una percentuale indubbiamente bassa nei confronti del totale effettivo. Tuttavia le cose migliorano e in un futuro relativamente prossimo la lebbra comincerà a non essere più catalogata tra le grandi pestilenze dell'umano genere.

Altre malattie di origine asiatica e che tanta parte ebbero nella storia dell'umanità, come la peste e il colera, sono in definitivo regresso. La peste è praticamente scomparsa (la troviamo ancora in piccoli focolai superstiti, per esempio in Birmania); il colera ha abbandonato le Americhe dal 1911, l'Europa dal 1923. Nel 1950 si sono avuti in Asia 130 mila morti, calati a 13 mila nel 1960. Anche qui, bisogna ringraziare le nuove condizioni igieniche, i migliorati approvvigionamenti d'acqua.

Ma il vaiolo si è rifatto vivo di recente, e nonostante un andamento favorevole negli ultimi dieci anni, dimostra insospettate capacità di resistenza contro la sua totale estirpazione. I 335.208 nuovi casi in tutto il mondo nel 1950 si sono ridotti a 59.478 nel 1960: una diminuzione dell'82 per cento. Ma riprese importanti si sono avute nel 1951, poi nel 1957-1958 e nel 1961. L'OMS ha in corso una vasta campagna di "sradicazione integrale". Il paese dove il vaiolo ha la roccaforte è il Pakistan.

I paesi tropicali sono afflitti da numerose altre gravi malattie, che ne ritardano sensibilmente i progressi sociali ed economici. Disastroso, per esempio, è il tracoma, che se è conosciuto anche in Europa (Balcani) infierisce principalmente in Asia e Africa. Il tracoma è una malattia infettiva degli occhi che conduce a graduale cecità. Ne è colpito addirittura un sesto della popolazione mondiale: cinquecento milioni di persone! Le prime vittime sono i bambini: in molti paesi del Nord Africa più di nove decimi della popolazione rurale contrae il tracoma durante i primi anni di vita. Nel 1960 si sono avuti in India oltre 230 mila nuovi casi e oltre 180 mila in Marocco. Grandi passi avanti si conta di fare con gli antibiotici, e soprattutto con l'educazione igienica nelle scuole.

Meno diffusa, ma non meno grave fra le malattie che colpiscono le popolazioni asiatiche, africane e della America dei tropici, è la framboesia, volgarmente piaga tropicale, dovuta a un parassita del genere spirocheta. Per la Cambogia, le Comore e la Nuova Guinea Occidentale rappresenta il problema sanitario più crudo. Si calcola che i malati siano oltre cinquanta milioni nel mondo. Una campagna pilota condotta in Nigeria, a base di penicillina, ha ottenuto un significativo successo: la frequenza dei casi è caduta in pochi anni dal trenta al due per cento; ma il cammino da fare è ancora assai lungo.

Per concludere sui paesi sottosviluppati, diremo che in generale le principali cause di morte sono, in ordine, le malattie dell'apparato digerente (gastro-enterite e colite), la polmonite e l'influenza. In tutta l'Asia altissima è la mortalità per dissenteria e febbri tifoidi: in India ne muoiono ogni anno più di un milione e mezzo di persone.

Le malattie veneree rappresentano un problema che l'OMS definisce "inquietante". La malattia del pastore Sifilo è in grave incremento ovunque: in Italia si sono avuti tre volte più casi nel 1960 che nel 1955, nel Canada l'aumento è del 19 per cento, in Inghilterra del 30, negli Stati Uniti del 45, in Danimarca addirittura dell'85 per cento. Ancora peggio in Asia e Africa. A Colombo (Ceylon) l'aumento è stato del 56 per cento in un solo anno: dal 1959 al '60. E tutto sembra indicare che il gonococco diventa più resistente agli antibiotici. Alla Giamaica più di diecimila nuovi casi segnalati nel 1960 su un milione e 600 mila abitanti. In Nigeria, 21 mila nuovi casi su tre milioni. Insomma, una brutta faccenda, anche perché non si sa bene cosa fare. Siamo lontani, ovviamente, dalla pandemia che devastò l'Europa dopo la scoperta dell'America, ma ciò nonostante "la sicurezza", dice il rapporto OMS, "non può essere ottenuta che al prezzo di una lunga vigilanza e di uno sforzo paziente per scoprire nuovi mezzi per combattere la malattia". Pessimismo, dunque.

Ma altre due nuvole nere si sono addensate di recente sul cielo sanitario dei paesi di più alta civiltà: gli incidenti e le malattie mentali. I primi hanno fatto seriamente cambiare, negli ultimi cinquant'anni, l'ordine d'importanza delle principali cause di decesso. Le seconde, anche se interessano relativamente la mortalità, hanno cominciato a porre problemi nuovi e non facili.

Gli incidenti rappresentano in tutto il mondo la principale causa di morte infantile (esclusione fatta per il primo anno di vita). Nella maggioranza dei paesi evoluti, agli incidenti è attribuito circa il 30 per cento dei decessi da uno a quattro anni d'età, percentuale che sale alla media di 38 per il gruppo d'età successivo (5-14 anni). Le morti per incidente sono sempre le più numerose dai 5 ai 14 anni: solo in alcuni paesi come la Danimarca, l'Olanda e l'Inghilterra, passano in seconda o terza posizione. Per ogni età, la mortalità relativa è almeno doppia per il sesso maschile che per quello femminile. L'Italia ha uno strano record: il più basso tasso di mortalità femminile per caduta accidentale 6 per centomila, mentre in Norvegia (c'è il ghiaccio per le strade!) saliamo a 20 per centomila. I1 primo posto per incidenti mortali spetta a quelli automobilistici (36 per cento), poi vengono le cadute (specialmente fatali alle donne, 22 per cento), e in terza posizione gli annegamenti (8,6 per cento). In Italia i decessi per incidente sono al quinto posto insieme a quelli dovuti a malattie dell'apparato digerente: diciannovemila circa. La Germania non sta meglio e la Francia sta parecchio peggio, anche per le sue faccende politiche. Quanto agli incidenti stradali, presi nel loro insieme e in tutto il mondo, la statistica parla di circa mille decessi al giorno. Senza contare i feriti, s'intende.

Che le malattie mentali siano in aumento nei paesi di superiore civilizzazione è un fatto abbastanza comprensibile e ormai accettato come tributo dell'uomo al nuovo ritmo di vita che ha voluto scegliersi. Ma può destare una certa sorpresa questa enunciazione di Samuel Manuwa, delegato nigeriano all'assemblea dell'OMS e presidente generale delle "discussioni tecniche": "In certi paesi di elevato sviluppo, quasi il 50 per cento dei letti d'ospedale sono occupati dai malati mentali, e le inchieste nazionali fanno pensare che, su mille abitanti, dieci o anche più soffrono di turbe mentali gravi". Nel 1948, nel solo Stato di New York, si sono registrate 18 mila ammissioni in ospedali psichiatrici. Questa cifra è aumentata negli anni successivi. È stata così calcolata la perdita economica dovuta a questi malati di un solo Stato e per un solo anno: oltre 132 mila dollari, ottantadue miliardi di lire. L'industria comincia a preoccuparsi seriamente. L'esame di 160 operai scelti a caso, in una grande fabbrica di lampade elettriche a Eindhoven, Olanda, ha rivelato che il 40 per cento di essi soffriva turbe nervose o psicosomatiche. Una recente inchiesta in Inghilterra, eseguita dal Medical Research Council, ha stabilito che nell'industria le turbe mentali provocano maggiori perdite di tempo produttivo che non il volgare "raffreddore di testa".

A proposito di malattie "trascurabili", o ritenute tali, siamo andati a cercare informazioni sull'influenza. Il rapporto OMS parla della pandemia mondiale del 1957 (l'asiatica) in questi termini espliciti: "Si è trattato di un autentico cataclisma". I1 virus dell'asiatica cominciò la sua marcia nella Cina centrale, conquistò Hong Kong, poi Singapore e Manila, invase l'Europa e infine gli Stati Uniti. Nelle regioni asiatiche sottosviluppate, dove l'individuo offre minori resistenze all'aggressione virale per numerosi fattori debilitanti (scarsa e non equilibrata nutrizione, mancanza d'igiene, altre infermità), l'influenza compì una memorabile strage.

Nonostante tutte queste falcidie e pestilenze di medievale analogia, e questo insorgere di nuove malattie e accidenti, l'uomo tiene duro. I1 tasso secco di mortalità annua per 124 Stati e territori sui 216 esistenti nel mondo, nel 1950 era di 10,7 per mille abitanti; nel '59, di 9,3. E la popolazione mondiale aumenta, inesorabile. A un alto funzionario dell'OMS abbiamo fatto questa domanda: "Ma non si fa più male che bene a cercare in tutti i modi di ridurre il tasso di mortalità, mentre quello di natalità si mantiene al suo livello attuale, se pure non aumenta? Non si accelera forse, con questa pietà, la fine della specie, per saturazione?". Ci ha risposto: "Gli esperti in demografia dimenticano spesso una cosa importante: se noi compariamo diversi paesi o diverse regioni di un medesimo Stato o di un medesimo grande territorio come potrebbe essere l'Europa, vediamo stabilirsi una regola: alla maggiore prosperità, al maggiore livello sanitario, insomma alla maggiore civiltà corrisponde una diminuzione della natalità".

Affrettiamoci dunque a fare il mondo civile. Tra l'altro, il signor Kamaliza, delegato del Tanganica, ha concluso a Ginevra il suo intervento con una implorazione: "Voi, paesi ricchi, vogliate consacrare i vostri miliardi a impedire che si muoia di fame sulla terra, piuttosto che a tentare di salire sulla luna!". I delegati russi e yankee hanno risposto dai loro posti con un sorriso.

Gianni Roghi

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Fonte: http://www.gianniroghi.it/Testi/l'europeo/6222%20.htm

 

 

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