In Fuga Dal Volto

153dipinto di Mario Fresa

 

"E' una poesia che annuncia e fa risplendere le forme alte dell'archetipo e le infinite direzioni dell'inesplicabile verità che esse mostrano, con l'impiego di una lingua mobile e inquieta, inserita in un fluire magico e trasversale, in cui molto è lasciato, paradossalmente, al non detto, all'appena sussurrato."

 "In fuga dal volto, il maratoneta si svuota nell'aria"

Mario Fresa

                                                 

Vincenzo Di Oronzo, in fuga dal volto       

UNA NUZIALE COINCIDENZA

Che cosa vede la poesia? Il suo destino è quello di amare intransitivamente: se scompaiono la voglia, e la direzione, e la mèta di quella stessa voglia, la dolorosa tensione del divenire è, allora, azzerata da una tenera sospensione che, alla fine, impara a non volere più, e ad attendere soltanto, già tutta dimentica di sé (e dell'attesa stessa).

Lo stesso vedere è un'azione che si subisce: noi non decidiamo ciò che si mostra («il mondo mi è dato, vale a dire la mia volontà si volge al mondo dal di fuori, come a un fatto compiuto»: Wittgenstein, in Quaderni 1914-1916).

La poesia di Vincenzo Di Oronzo tende all'attuazione di una simile, liquida resa dello sguardo, in tal modo facendo trasformare l'apparizione della stessa parola in un istante a-temporale entro il quale coincidono, per il tramite delle forze magiche e remote di Psiche, le manifestazioni di due vicinissime realtà parallele: quella dell'esistenza contingente e individuale e quella di una scena ulteriore (archetipica e universale).

Qui l'io si diluisce e si dilata, fuggendo di continuo da un suo possibile, unico riflesso: e accoglie, in sé, le istanze vertiginose dei messaggi dell'Ombra.

In fuga dal volto è un libro composito, complesso e suggestivo.

Vive potentemente, nei versi, il respiro della presenza (remota, eppure vicinissima) degli dèi e del loro indicibile mistero, posto continuamente in bilico tra il dono e la sottrazione, tra la luce e l'accecamento, e infine ansiosamente vicino alla meta di una finale identificazione degli opposti, persino nell'inquietante vicinanza di alcune parole (come ricorda lo splendido frammento eracliteo citato in epigrafe: «dell'arco il nome è vita, azione la morte»).

In tale incerta prospettiva l'uomo, attraverso l'obliqua e stupefatta visione del suo "doppio" mitico, si perde e si amplifica; si annienta e risorge; e torna, infine, a risplendere tutto: e in questo lieve ed estremo gioco di voci parallele, gli stessi dati della realtà si annullano e si arricchiscono, capovolgendosi e mostrandosi, poi, con l'ineffabile volto bifronte di un autentico mistero divino; ed è allora che la notte si configura anche, allo stesso tempo, come giorno; e il dormiente è anche colui che è desto; e la vita è la stessa morte (poiché, osserva Eraclito, «morte è quanto vediamo da svegli; sogno, quanto vediamo dormendo»; giacché noi «tanto siamo, quanto non siamo»).

È dunque una poesia che annuncia e fa risplendere le forme alte dell'archetipo e le infinite direzioni dell'inesplicabile verità che esse mostrano, con l'impiego di una lingua mobile e inquieta, inserita in un fluire magico e trasversale, in cui molto è lasciato, paradossalmente, al non detto, all'appena sussurrato (ancora Eraclito: «la trama nascosta è più forte di quella manifesta»).

Febbrile, impaziente, denso di nervosissime deviazioni interne è lo stesso linguaggio della poesia di Vincenzo Di Oronzo, costantemente immerso in una ininterrotta, paurosa meraviglia, in cui tutto si estende fino all'inimmaginabile e all'inaudito, e ogni elemento si carica di prospettive inusitate, di sensi che si moltiplicano e che si rarefanno, che scompaiono e che ritornano a invadere e a pressare lo spazio della vista: insistono visioni costanti e ossessive (strumenti musicali antichi: l'aulòs, il cembalo; e il volto, il bianco, la luna; e un'ineffabile presenza femminile che sempre giunge a rendere più fitta, più inesplicabile la trama del viaggio oscuro del poeta).

S'impongono accensioni che dicono l'intera vanitas dell'agire, completamente imprigionato nella follia del suo precipitare (persistente è il pericolo di un prossimo naufragio; e la mente si sbriciola, ora, «impazzita tra porte bianche»).

L'uomo è protagonista e centro degli eventi: ma è pure esterno spettatore, e osservatore; impaurito, anzi atterrito e confuso dalle innumerevoli metamorfosi del volto dell'esistenza, egli agisce, sì, ma è pure visitato, abitato dall'Altro (ogni umana identità è allora tutta lacerata; ed è poi sempre sospesa «sulla scala dei doppi»; perché l'incomprensibile fluire dell'esistere è davvero, finalmente, «un incendio di specchi»).

Chi guarda, allora, s'illude di sapere e di essere (ché tentare di indagare la vita significa procedere con «una bendata follia»).

L'uomo, così, è un danzatore cieco (anzi «un funambolo», suggerisce Di Oronzo), precipitato nel vortice delle ombre, delle illusioni, del proprio incessante frantumarsi e ricomporsi; egli corre, disperato, sempre verso qualcosa (verso l'esterno; e verso se stesso). In vero, il movimento è il suo destino e la causa della sua inadeguatezza rispetto alla totalità della vita in sé: «l'uomo – denuncia Lacan – non può mirare ad essere intero, alla personalità totale» (in Il seminario I. Gli scritti tecnici di Freud).

La delimitazione del tempo suggerisce, poi, un'ulteriore ansia: l'avvertimento acuto di una distanza tra il soggetto e la cosa desiderata.

È una tensione inconsumabile che assilla sempre l'individuo, invitandolo a colmare l'insopprimibile voragine segnata dalla dolorosa separazione tra sé e la vita, identificata con il desiderio.

Se, dunque, il vero poetare coincide con il superamento di tale separazione, in cui il dolore sovrasta la differenza tra l'essere e il desiderio, tra il soggetto e la vita da raggiungere, bisogna dunque affidarsi a un'idea di finale coincidenza tra il poeta stesso e la scrittura, e tra il lettore e la poesia; ovvero, tra colui che guarda e la visione stessa (così come ricorda il mònito del distico finale che conclude Il Pellegrino cherubico di Angelus Silesius: «Amico, basta oramai. Se vuoi leggere ancora, / Va' e diventa tu stesso la Scrittura e l'Essenza» ).

Le epifanie mitiche che appaiono nei testi di questa raccolta sono figure dell'Altro. Esse sanno evocare nuove, inesplorate forme dell'essere, avvicinabili soltanto nell'abbandono e nell'accoglienza di quelli che Jung definisce fenomeni di sincronicità.

Sono brucianti proiezioni, queste, che si mostrano col duplice volto della malattia e del risanamento (poiché esse sono sempre farmaci, nel senso ambiguo della parola greca) e che si offrono allo sguardo dell'uomo, allo stesso tempo, come carezza e come lama.

Ed è proprio la poesia a presentarsi come arcano, ermetico, iniziatico tramite tra la dimensione razionale e quella irrazionale: essa riesce a far convergere, in virtù di un estremo, e altrimenti indicibile incanto, i segni e i suoni di quell'intenso, profondo dialogo ch'è giocato, ansiosamente, tra il mondo esterno e il mondo interiore.

L'uomo attraversato dalla poesia diventa altro da sé: intero e franto; uno e molteplice.

Il suo movimento riguarda, ora, l'ascolto passivo di qualcosa che non tocca la ristrettezza della sua psicologia, ma che gli offre la beatitudine di osservare il vero, e il suo acuto segreto, nella loro esatta unità, finalmente ricomposta e ricongiunta (per un istante solo: cioè nella sconvolgente apparizione della parola poetica) in una inesplicabile, nuziale coincidenza trasfiguratrice.

 

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[Libro di arte-poesia a tiratura limitata (199 esemplari numerati a mano). pp.64, più una litografia fuori testo.]

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