Normalità e spirito critico

scritto da David Di Bella

Sono anni che ragiono sul fatto che sempre più cose non mi sembrano "normali", in ciò che mi circonda. Sarà perché, come disse un saggio, più si diventa reali, più tutto diviene irreale. Comunque, se c'è una parte del mio istinto che non ho mai accettato di sopire, è quella che mi suggerisce, a forza di groppi allo stomaco, che qualcosa che mi è presentato per "normale", in realtà non lo è per niente. Quel groppo è una reazione sana del mio corpo; e ha un nome: indignazione.

Spesso, in una società che tende a incanalare l'energia dei singoli verso i binari del conformismo e dell'omologazione, è proprio chi riesce a preservare una schietta capacità critica, a finire bollato di "a-normalità". La capacità di provare e trasmettere indignazione è, infatti, dagli albori, nemica giurata degli spiriti più conformisti alle regole di ogni sistema. Giudico l'accusa di a-normalità, generalmente, alla stregua di un complimento. Bisogna pur considerare, infatti, il pulpito dal quale giunge la predica. Ci sono "normalità" che incarnano la meta più ambita di stanchi, disillusi ragazzi "di ieri", oggi adulti già vecchi. Una "normalità" del quieto vivere viene raggiunta poi attraverso la soppressione sistematica di passioni troppo vivaci e rimorsi per scelte non compiute. Una "normalità" del non voler cambiare le cose, del rifiutarsi di modificare l'ambiente intorno a noi, persino del rifiutarsi di vedere e riconoscere le cose che non vanno, è troppo spesso scambiata trivialmente per "buon senso". Una cosa più che normale, anzi un traguardo per l'uomo medio, è inoltre l'omicidio della propria parte bambina. Si diventa adulti, per certuni, sacrificando la propria indomabile curiosità; la propria fresca e trasparente capacità di provare meraviglia, sull'altare delle cose "importanti e serie". Sul "serio", c'è di che essere fiero, nel sentirsi additare come a-normale da gente di questo tipo.

Mi viene però da chiedermi se il problema stia nella "normalità", che più o meno tutti cerchiamo (e come biasimarci; dobbiamo pure poterci orientare!) o se piuttosto stia in un ben preciso modo di intendere la normalità. Non ci saranno per caso normalità più vitali, creative, e intense, di quella che sembra soggiogare l'uomo medio oggi? Il mio sogno, lo confesso, sarebbe una realtà in cui normale giungesse a essere un esercizio quotidiano delle proprie capacità critiche. La normalità, come arte di cogliere le differenze.

A prima vista sembra questione eminentemente filosofica; per la precisione, di filosofia teoretica, e molto astratta, che da sempre trova grandi difficoltà a rapportarsi con la vita pulsante e reale. Forse è così; ma prima di essere scambiato per uno di quei macrocefali universitari di cui non si dà mai penuria, vorrei fare un tentativo, solo un piccolo tentativo, di utilizzare un mio approccio un po' filosofico, per fare qualcosa di concretamente utile.

Partiamo, perciò, dalle parole che utilizziamo; e dal significato che rivestono per noi. Che cosa significa, quindi, "normalità"? Che cosa stiamo intendendo quando applichiamo a qualsiasi evento l'etichetta di "normale"?

E' normale che politici, invece di confrontarsi sulle idee e i rispettivi programmi, vadano in televisione per insultarsi reciprocamente? E' normale che eludano i problemi veri rinfacciandosi responsabilità precedenti, o citando numeri e cifre prese da fonti che non collimano mai tra loro? Ed è normale che tutto ciò rientri in un copione? Sembrerebbe di no, almeno a un primo sguardo. Eppure, accade puntualmente che il copione si ripeta, giorno dopo giorno. Il copione produce rapidamente assuefazione e inibizione del senso critico. Alla fine, ci abituiamo, e diamo, inconsapevolmente, l'assenso a questo stato di cose. Non pochi si persuadono addirittura di avere di fronte politici veri e scontri reali! E' semplicemente diventato "normale" parlare di politica in questi termini. E a nessuno, salvo poche eccezioni, lo stomaco brontola più di sana indignazione.

Sono normali gli atti di sciacallaggio dietro agli ormai numerosi "delitti in famiglia"? Verrebbe da dir di no; certo che no! Eppure, in un certo senso, ci siamo assuefatti a tenere un atteggiamento preciso di fronte allo sciacallaggio; le reazioni morbose di una parte vasta del pubblico e il comportamento inqualificabile di una certa categoria di pseudo giornalisti, anche in questo caso, salvo poche eccezioni, non provocano più la nostra indignazione. Voglio dire: possiamo pure rimanere "intellettualmente" critici nei confronti di questa mercificazione della morte; ma l'eco inconfondibile dell'indignazione, col suo severo contegno e quel distacco incorruttibile, chi può dire di sentirlo ancora distintamente dentro di sé?

E' normale che il referente delle nostre confidenze più intime sia oggi un "esperto" della psiche, un tizio costretto al silenzio sulle nostre fragilità da un impersonale vincolo professionale? Non mi riferisco ai trattamenti di patologie, ma al nostro semplice affidare emozioni di tutti i giorni a un "confidente di professione". Sempre più persone ricorrono a un esperto non tanto per curarsi, quanto per sfogarsi. E' normale sottrarre ogni nostra fragilità ai rapporti d'amicizia e d'amore, in favore di un rapporto puramente professionale? E' normale chiedere consigli sui rapporti umani a un rotocalco? Abbiamo "imparato" a non esporci "all'altro", a non mostrarci mai nella nostra nudità. Cosa ne abbiamo ricavato? Una schiera di semplici "conoscenti", e rapporti di coppia che si sfaldano alla prima difficoltà. Voglio dire: vi sembra "normale" questo andazzo? Verrebbe da rispondere di no, certo. Ma se solo riflettiamo un po', ci accorgiamo che tutto ciò è diventato ormai costume, consuetudine. In un certo senso, è così che vanno le cose. Quindi: è normale. E nessuno, salvo poche eccezioni, s'indigna ormai di una povertà relazionale che ci condanna a vivere un "gomito-gomito" a "infinita distanza". Siamo sempre più "insieme" agli altri, sempre più "animali pubblici"; eppure ci sentiamo sempre più soli. Gli esempi potrebbero susseguirsi all'infinito. Quando le cose si ripetono con una certa frequenza, a un tratto assumiamo che siano normali. Di per sé questa cosa non è strana. I primi uomini avranno certo imparato che il sole sorge ogni mattina basandosi sulla propria, reiterata ripetizione dell'esperienza! Eppure molte cose cui ci abituiamo a dare l'assenso, non sono, secondo me, assolutamente normali.... Indaghiamo un po'!

Che cosa significa, ancora una volta "normale"? Il termine mi rimanda immediatamente a una dimensione di mutuo scambio tra individui, al giudizio di altri; altri come me. C'è costantemente un confronto, laddove cerco di stabilire se una cosa è normale o no. Non mi sto rivolgendo unicamente a me stesso, quando valuto in merito alla normalità di qualcosa. Gli altri possono essere presenti anche solo implicitamente, ma ci sono. Una cosa non sarà mai normale senza un confronto di qualche tipo; non lo sarà mai esclusivamente e solamente "per me"! La domanda: "E' normale questa cosa che sta succedendo?" mi fa venire in mente una persona che sia intenta a guardarsi intorno, alla ricerca di un confronto con reazioni di altre persone alla medesima situazione. Questa, perlomeno, è l'immagine che sorge spontanea a me. E, sempre secondo me, non esiste un solo caso al mondo in cui il termine normalità manifesti la sua funzione senza mettere "l'interrogante" in una dimensione di scambio di informazione con l'esterno. L'altro, il riferimento di campo, c'è sempre. E, se non c'è, è comunque presupposto.

Mi viene in mente Edmund Husserl, un filosofo che, all'università, mi ha notevolmente coinvolto. Ho letto tra le sue indagini gnoseologiche cose interessantissime su ciò che chiamiamo: "Normalità". Cose molto vicine a tutti noi e prontamente utilizzabili nella vita di tutti i giorni, se solo non fosse così maggioritaria la linea di condotta delle sterili discussioni accademiche riservate agli addetti ai lavori. E se non fosse così diffusa la fobia per una possibile "trivializzazione" del pensiero dei "mostri" sacri. Perlomeno, questa è la realtà che ho incontrato io. Che cosa se ne fa, il mondo, di un modo di filosofare incapace di migliorare concretamente la vita degli uomini? Perciò, rischiamo! E scusate le imperfezioni e la povertà del linguaggio, ma la mia priorità è sempre trasmettere gli spunti che ho in mente. Se ponessimo una tazza di fronte a Husserl, con ogni probabilità, non se ne servirebbe per bere. Si soffermerebbe, invece, sui modi che abbiamo a disposizione per conoscerla, e sugli atteggiamenti in cui ci troviamo immersi nell'atto di esperirla. Ora, sebbene sia sempre una e una medesima tazza quella che in un dato momento vediamo di fronte a noi, in realtà noi facciamo esperienza sempre e solo di adombramenti parziali; di porzioni di essa. Prima un dettaglio, poi un altro e così via. Non possiamo esperire la tazza nella sua totalità in un preciso istante, ma solo il succedersi temporale di singoli aspetti di essa. Però, resta sempre il fatto che c'è un quid d'identico che, attraverso i vari adombramenti, mantiene quella tazza pur sempre la stessa e medesima tazza. E' una stessa "cosa" identica, quella che abbiamo costantemente presente, pur attraverso le prensioni sempre parziali. Unità di senso oggettuale, lo chiamava Husserl, o Noema, se ricordo bene. Mentre dal versante dell'oggetto abbiamo perciò il noema, o qualcosa del genere, sul versante soggettivo quel quid d'identico veniva da Husserl identificato con il termine enigmatico di "Normalità". La "normalità" è letta qui come risultato di una concordanza tra i sistemi percettivi delle varie soggettività, o, per rendere un minimo di giustizia al rigore terminologico Husserliano, dell'inter-soggettività. Per il filosofo, noi non possiamo fare a meno di conferire normalità a qualcosa con cui interagiamo. In un certo senso una cosa, per essere tale per le nostre operazioni attive di coscienza, deve già essere esperita da noi come una "cosa già per tutti". Una normalità di qualche tipo deve essere perciò conferita per permetterci di maneggiare ogni cosa, fatto, l'evento. Il conferimento avviene mediante un confronto con gli altri, anche implicito; altri dei quali in qualche modo si suppone costantemente il modo di vedere e giudicare. Dico "in qualche modo" perché per Husserl il confronto (che sarebbe troppo complesso trattare esaustivamente in questa sede) pertiene già a quell'aria di esperienza soggettiva, a quel terreno sommerso, che ci siamo abituati a conoscere col nome di inconscio. Husserl parla di sintesi passive, di un modo di conoscere che è già e costantemente all'opera quando percepiamo una "cosa" come quella ben determinata cosa. Parla di sintesi attive, riferendosi alla regione "in luce" delle operazioni consapevoli della coscienza. E, attraverso l'intrecciarsi continuo di sintesi passive e conferimenti attivi di significato, ci spiega come noi rettifichiamo continuamente, assieme agli altri, il nostro "normale" modo di percepire il mondo, TENDENDO perpetuamente a una concordanza tra i sistemi percettivi, nostro e delle varie comunità in cui co-esistiamo a ogni istante con gli altri.

Questi brevi, imprecisi, cenni filosofici non intendono certo provare o confutare nulla. Vogliono invece, e lo vogliono assolutamente, suggerire. Suggerire che vi sia una porzione d'illusione in ogni convinzione di assoluta indipendenza "della parte dal tutto". In una società tendente all'individualismo più sfrenato, è il minimo che ci convinca di giungere a ogni "conferimento di normalità" lungo una strada solitaria e separata da ogni altro essere. In fondo, è l'indipendenza il valore più alto che ci viene insegnato a perseguire. Ma stanno veramente così le cose? C'è sicuramente un margine di libertà individuale, ci mancherebbe altro! Ma non sarebbe meglio parlare di autonomia, non di indipendenza? E non sarebbe meglio prendere in considerazione e studiare attentamente il reale grado di permeabilità della nostra "epidermide" a ogni influenza esterna? Non sarà che siamo veramente collegati, e in qualche modo in relazione, con ogni altra forma di esistenza? Secondo me, di sicuro c'è che l'uomo non diventa libero quando scinde (o s'illude di scindere) i legami che intrattiene; ma quando smette di fare la guerra a se stesso e alla propria essenza "relazionale". Forse solo attraverso relazioni più profonde, consapevoli e "numerose" l'uomo può comprendere il significato della libertà, almeno in campo relazionale.

Si tratta solo di un'opinione, intendiamoci. Ma anche ogni tesi opposta, ogni tesi che sostenga che siamo separati e "immuni" gli uni agli altri, non è niente più che un'opinione. Solo che si tratta di un'opinione ormai molto diffusa e condivisa. Troppo spesso si scambia per "oggettività", la semplice opinione dei più. Queste poche righe non si propongono certo di fornire una trattazione esaustiva del problema di come il nostro modo di assumere normalità di vario stampo si riversi nel mondo modificando il significato che diamo alle nostre esperienze. Non si vuole, a maggior ragione, fornire una "cura" di qualche tipo a una problematica talmente complessa da restare, spesso, inosservata. Vorrei solamente offrire uno spunto di riflessione, niente più. Perché a mio avviso è questa la funzione di una riflessione filosofica: offrire spunti. Tutti dovremmo offrire spunti e riflettere su quelli che gli altri ci forniscono.

In conclusione il mio spunto di oggi vuole suggerire questo: molti, di quanti gestiscono gli strumenti d'informazione di massa e la diffusione delle notizie, tutte queste cose le sanno benissimo. Sta a noi ora risvegliare lo spirito critico e filtrare ciò che viene diffuso. Soprattutto, in questo caso, dobbiamo imparare ad applicare, come Husserl, un'epoché, ossia una sospensione del giudizio, prima di conferire normalità, validità, valore e "essere" a tutto quello che, tra le righe, ci è continuamente propinato per "normale". Non mi riferisco solo alle singole notizie; ma, a maggior ragione, a ciò che non viene detto apertamente, ma solo indicato. A ciò che viene fatto "respirare" tra una parola e l'altra; all'atmosfera che circonda certe notizie, e all'atteggiamento che qualcuno vorrebbe tenessimo nei confronti di un certo modo di trattare le questioni. Bisognerebbe, allo stesso modo, risvegliare la consapevolezza di quanto ci condizioniamo a vicenda sulla strada per conferire una "normalità" a ciò che ci circonda. Perché se fosse vero, come dice Husserl, che non possiamo esimerci dal rettificare verso una concordanza, è pure vero che, di questo processo siamo parzialmente responsabili, e possiamo influenzarne direzioni ed esiti. Possiamo comprendere quanto, in realtà, ci influenziamo reciprocamente, senza neppure accorgercene. Divenire più consapevoli, più reali, e maneggiare con più cura e rispetto i rapporti, migliorandone la qualità. E possiamo arrivare anche a comprendere una semplice ma letale disequazione che da anni ci sta guidando verso l'imbecillità più totale:
"Meno" le persone interagiscono, comunicano e si "informano" a vicenda, "più" chi gestisce il monopolio dell'informazione "può" fornire un'unica versione dei fatti e della "normalità", preconfezionata, a tutti. Se è vero che gli uomini rettificano continuamente, con il loro intero essere, verso una normalità sempre da concordare e rimettere in questione, i rapporti umani devono crescere in intensità e numero; gli scambi quotidiani devono avvenire all'insegna della piena libertà d'espressione; e la "normalità", divenire oggetto di scelte consapevoli da gestire tutti insieme. Altrimenti, i pochi continueranno a scegliere "per tutti", proprio a partire dalla questione spinosa di cosa sia normale e cosa no. In fondo, gli basta persuadere, far passare tra le righe, che tutti gli altri pensano o trattano una cosa come assolutamente normale (cosa che, spesso, non è assolutamente vera), per abituarci ad assentire a nostra volta. O regalarci la scomoda sensazione di essere noi e il nostro groppo allo stomaco, noi e la nostra capacità critica, a essere a-normali, e quindi, da "rettificare".

Un abbraccio controcorrente
David Di Bella

Fonte: http://unfilosofocontrocorrente.blogspot.it/2011/01/normalita-e-spirito-critico.html

 

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