Lavorare Stanca

Untitled document Untitled document

Quasi tutti abbiamo bisogno di lavorare. Nel senso che dobbiamo investire la nostra energia personale perché si trasformi in denaro, oppure nelle cose necessarie a darci un adeguato tenore di vita.

Alcune persone fanno un lavoro che non considerano appagante, altre vorrebbero cambiare lavoro ma hanno troppa paura per farlo, altre ancora non riescono a capire quale lavoro sarebbe ideale per loro (io sono uno di questi), e infine c’è chi gode del proprio lavoro, qualunque esso sia.

Io per esempio ho un amico che fa l’autista di autobus a Torino, e un giorno ha iniziato a parlarmi del suo lavoro in modo entusiasta. Mi parlava di quanto siano flessibili i turni, di come sia divertente vedere tanta gente diversa salire e scendere dall’autobus, di come sia bello ritrovarsi da soli  nel silenzioso deposito degli autobus a fine serata. All’inizio ho pensato che mi prendesse in giro, ma poi mi sono accorto che era assolutamente sincero, e in più era consapevole che le sue parole potessero sembrare assurde, e anche del fatto che il suo lavoro gli piaceva non perché fosse bello in sé, ma perché lui aveva deciso di essere felice.

Quando uno fa questa scelta, nella sua vita, sarà in grado di fare qualsiasi lavoro, di affrontare qualsiasi problema, e in ogni caso la sua vita sarà piena di entusiasmo.

Io ho ricavato un piccolo studio nella camera degli ospiti a casa mia, con un tavolo, un computer, una libreria e diversi materiali sparsi sui muri. C’è una splendida finestra in questa camera, che guarda sulle cime degli alberi di fronte e lascia spaziare lo sguardo attraverso una spianata di campi fino alle montagne sulle sfondo. Ogni volta che devo iniziare un nuovo lavoro, io apro la finestra, mi siedo lì di fronte, e sto per un po’ a sentire il rumore del vento che muove le cime degli alberi.

E’ molto bucolico, lo so, però mi aiuta a svuotarmi di tutto, i consigli ricevuti, le cose che penso di sapere, i cosa dovrei fare, i come dovrei farlo e così via. Quando mi sento abbastanza alleggerito dalle mie segature mentali inizio a progettare, senza muovere un dito, ma restando semplicemente lì, di fronte alla finestra spalancata. Improvvisamente vedo il mio progetto come se si materializzasse nel cielo al di sopra degli alberi, lo vedo formarsi. Per esempio potrebbe essere l’immagine di questo libro, lo vedo aprirsi, ci guardo dentro e vedo le sue diverse parti, le mescolo, poi le riordino, faccio aggiunte, tagli, correzioni, come se stessi disegnando direttamente nell’aria del cielo sopra casa mia.

Lascio che questo progetto si trasformi, lo vedo allungarsi, assumere forme bizzarre, diventare ridicolo o commovente, lo vedo sfiorare l’impossibile quanto a fattibilità tecnica e poi rientrare con leggerezza dentro misure standard, e resto lì, a rigirarmi il progetto sopra le cime degli alberi, finche non avverto una certa sensazione fisica, un misto di stabilità ed eccitazione, e allora vedo che il progetto smette di mutare, si stabilizza in un forma, e io mi volto, mi allungo verso il tavolo, e la schizzo rapidamente su un foglio.

Questo naturalmente è solo un esempio, anche se preso dalla mia esperienza, di come ci si può avvicinare ad un lavoro attraverso il sentire (e risparmiando fra l’altro grandi quantità di carta).

La mia non è una tecnica, né un modo di fare che consiglierei, è solo il mio modo personale, che scaturisce dall’universo in cui lavoro, dalla bellezza del panorama fuori della finestra, dalle mie attitudini e dalle cose che amo. Un altro potrebbe raggiungere lo stesso scopo andando in piscina per due ore, o giocando a biliardo, o mangiando noccioline. Sta ad ognuno di noi elaborare la modalità che è più vicina al nostro mondo e a ciò che ci piace. Ciò nonostante, è senz’altro possibile identificare alcune linee generali che è bene tenere a mente per avvicinarsi al lavoro attraverso strumenti più sofisticati della sola ragione. Il primo passo da fare è sempre quello di svuotarsi di tutto.

Un tempo studiavo chitarra jazz. Il mio insegnante, alla prima lezione, ci mostrò un’enorme volume, che conteneva le trascrizioni di tutti gli accordi, le scale, gli armonici e i giri melodici che avremmo dovuto imparare a suonare sullo strumento.

Mentre ci mostrava quel tomo da enciclopedia esordì dicendo: ecco, passerete alcuni anni a studiare questa roba, e il restante tempo della vostra vita a sforzarvi di dimenticarla. Lì per lì non compresi bene le sue parole, ma in seguito, parlando con altri jazzisti, compresi che questa era una regola d’oro per quanto riguarda quasi tutta l’arte.

Tornando ad un jazzista, che studia la musica per imparare poi ad improvvisare, ossia suonare inventando istante per istante ciò che suona, è inevitabile che egli debba imparare tutte le regole della musica, la melodia, l’armonia, il solfeggio, gli accordi, le scale e via dicendo. Immagazzinerà una mole straordinaria di informazione, studierà, e poi digerirà tutto, fino a che in un certo senso la superficie del suo essere si sarà dimenticata di ogni cosa, ed egli potrà suonare lasciando che tutto sorga spontaneamente, tutto ciò che ha studiato, senza fatica, con la stessa naturalezza con cui il vento scompiglia la fronda di un albero.

Allo stesso modo, all’inizio di qualsiasi lavoro la cosa migliore è sempre trovare un modo adatto per alleggerirsi di tutto: preconcetti, preoccupazioni, consigli, difficoltà. Queste sono tutti paletti che restringono la visuale, delimitando il campo di possibilità su cui possiamo progettare.

Non ha alcuna importanza se a seguito di questo svuotamento ti verranno in mente soluzioni impossibili, irrealizzabili, o totalmente folli. E’ solo la conseguenza di una mente che è sempre stata legata al guinzaglio e che ora con stupore si ritrova libera di muoversi come le pare.

Oltre a ciò, è assolutamente necessario che ogni progetto, dal come ti vestirai oggi, al come progetterai il lavoro che ti manterrà per i prossimi dieci anni, passi attraverso l’utopia, la follia e la totale libertà del sogno. E’ un passaggio necessario perché lì si trova la zona fertile, quella dove puoi raccogliere le energie e le infinite possibilità per mettere in atto qualsiasi cosa.

Se resti racchiuso nell’ambito della ragionevolezza, delle cose fattibili, possibili, della par condicio e del politicamente corretto, otterrai solo risultati grigi, piatti e talmente noiosi che sbadiglierai solo a pensarci. Inoltre io non credo che esistano cose veramente irrealizzabili di per sé, semmai esistono cose che tu con le tue forze non ti senti in grado di realizzare.

Su questo pianeta, persone dedite alla follia creativa e dotate di un’energia molto sopra la media sono riuscite a realizzare progetti impossibili e a portarli a termine, ma questo non significa che se uno non se la sente di seguire progetti troppo folli quella persona non valga niente. Devi semplicemente prendere le misure del tuo progetto più folle e rapportarle alle forze che in quel momento ti senti di avere per realizzarlo, il risultato sarà un progetto certamente ridimensionato, ma che ancora contiene un po’ (o molta) di quella follia.

 

Libri Consigliati:

Essere Creativi - Edward De Bono - Il Sole 24 Ore

Vota:
L'Italia Nuova si può fare!
Nikola Tesla - il futuro appartiene a ME

Related Posts

Commenti 1

 
Mister X il Venerdì, 30 Settembre 2011 19:24

Ottimo articolo ! Concordo in pieno...
Mi sovviene una famosa frase di Bruce Lee:
"Vuota la mente. Sii senza forma, senza limiti... Come l'acqua. Se metti l'acqua in una bottiglia, l'acqua diviene la bottiglia. In una tazza essa prende la forma della tazza.
L'acqua può fluire, bloccarsi, spezzare...
Sii come l'acqua amico mio"

Ottimo articolo ! Concordo in pieno... Mi sovviene una famosa frase di Bruce Lee: "Vuota la mente. Sii senza forma, senza limiti... Come l'acqua. Se metti l'acqua in una bottiglia, l'acqua diviene la bottiglia. In una tazza essa prende la forma della tazza. L'acqua può fluire, bloccarsi, spezzare... Sii come l'acqua amico mio"

Accedi