Dopo la morte cosa ci accade? Ci rispondono le ricerche di Zamperini

Dopo la morte cosa accade? La domanda delle domande, a cui risponde Roberto Zamperini, con l'attenzione e la perizia che lo caratterizzavano, in una serie di post, al momento 6: pubblichiamo gli ultimi due in sequenza sul suo Blog.

Secondo le ricerche di Roberto Zamperini:

1) alla nostra morte sopravvivono i corpi sottili – a parte quello fisico -, con i rispettivi chakra, nonché, ovviamente, le rispettive Cellule Madri; [Cellula madre: un campo energetico che ordina, guida e controlla la cellula iniziale, ma presto si trova a guidare un individuo con un cuore, un cervello, un apparato muscolare e uno osseo, un apparato digerente, eccetera. Esiste un nesso tra lo stato energetico della Cellula Madre e lo stato energetico del nostro organismo. Quando stiamo male la CM si congestiona o, viceversa, quando siamo in forma la CM sta benissimo]

2) con il tempo, seguendo la sequenza numerica, si "dissolvono" i vari corpi, con i rispettivi chakra di quella dimensione;

3) c'è un momento in cui alcune "anime" sembrano non essere più dotate di chakra e di corpi sottili;

4) ma la Cellula Madre resta comunque presente o almeno è possibile percepirla.

Il punto 3) può significare che

IPOTESI a) come sostengono alcune Tradizioni, l'anima s'è reincarnata, oppure
IPOTESI b) è sopravvenuta la "seconda morte", ovvero quella definitiva.

Da piccolo facevi domande sulla morte? La curiosità dei bambini non ha confini e può capitare che si spinga fino al Mistero più estremo; e allora nascono domande cruciali come: "mamma, ma anche tu muori?", oppure: "ma dove andiamo quando moriamo?". Specialmente le ultime generazioni di bambini, inoltre, sembrano particolarmente connessi ai mondi invisibili e manifestano curiosità, sensibilità e capacità speciali.

Forse l'argomento trattato da Zamperini, può aiutarti anche nel tuo ruolo di genitore, di fronte ai grandi interrogativi di tuo figlio. Inoltre, quello della vita e della morte è da sempre l'interrogativo principale, quindi credo che risposta di qualità, sia un piccolo tesoro.

Procediamo con la trattazione di Roberto:

Il fatto che passino molti anni prima della dissoluzione finale o seconda morte farebbe pensare che la vita oltre la morte sia un processo molto lungo, che dura forse dei secoli, se non dei millenni. Già questa potrebbe essere vista come una sorta di immortalità limitata!

A proposito del punto a), c'è da notare che non è necessariamente in contraddizione con il punto b). Infatti, quello che chiamiamo comunemente "io", ovvero quel complesso di funzioni mentali che generano il sentire "esisto e sono proprio questo io che pensa", sentire intimamente connesso alla memoria, alla morte fisica in ogni caso scomparirebbe.

Cioè con la perdita dei corpi sottili, che possiamo credere siano connessi alla memoria, scompare anche (direi necessariamente) la percezione dell'io. Nella mia prossima vita, potrò dire "io sono", ma non "io sono stato", perché non ne ho più memoria. Ne discende l'ovvia considerazione che

non esiste l'immortalità dell'io.

Circa la funzione della memoria nel mantenimento dello stato di coscienza che chiamiamo "io" ha scritto pagine a mio avviso definitive Kempis ne La Fonte Preziosa, a cui rimando.

http://spiritismo.altervista.org/libri2.htm

C'è da ricordare, peraltro, così come il Maestro Kempis sottolinea, che ogni volta che sopraggiunge un nuovo sentire, quello vecchio muore. Ogni volta rinasciamo.

Secondo Kempis, immortale sarebbe il solo sentire, che, di vita in vita, avrebbe non un'evoluzione "a crescere" (secondo i vulgata della New Age, della serie "espansione della coscienza" et similia) ma subirebbe al contrario una sorta di evoluzione "a perdere": cadrebbero infatti i limiti del sentire e l'individuo, ad ognuna di queste cadute, non si riconoscerebbe più nel sentire precedente.

Ne viene che un assassino che ha subito una caduta del vecchio sentire ed è giunto al nuovo sentire che gli impedisce di uccidere, è un individuo nuovo. La giustizia umana lo punirebbe ma, di fatto, ingiustamente poiché non è più lui colui che ha ucciso!

Facendo un passo indietro, sembrerebbe che gli Antichi, attraverso l'Iniziazione ai Misteri, fossero in grado di garantire questo tipo di immortalità dell'io. Disgraziatamente, poiché nulla era scritto in quanto le Sacre Leggi lo vietavano, oggi non sappiamo praticamente nulla sulla struttura delle Scuole Misteriche e sui loro insegnamenti, se non che, presumibilmente, esse fornivano all'iniziando i mezzi per crearsi una sorta di stato di coscienza nuovo, un sentire nuovo e diverso che, se si vuol credere alle fonti, sopravviveva alla morte fisica.

Questo non sarebbe in contrasto con quanto sostiene il Maestro Kempis, che, in altri testi, afferma che la memoria delle vite precedenti (e quindi l'immortalità nel senso sopraddetto) avverrebbe solo dopo la caduta dei limiti che generano l'io stesso. Che è come dire però che l'io è già morto prima! O, se si vuole, che l'io, in quanto tale, non può sopravvivere alla morte fisica. Sopravviverebbe la memoria ma non l'io. Poiché noi siamo il nostro io, in quanto in esso ci identifichiamo, è una cosa difficile da comprendere e da accettare!

In ogni caso, a voler credere alle fonti antiche, il punto b) dell'inizio di questo articolo andrebbe corretto in tal modo:

b) alla scomparsa dei corpi sottili, è sopravvenuta la "seconda morte", quella definitiva, a meno che l'"anima" non sia quella di un Iniziato.

Secondo Kempis, l'Iniziato è colui che ha generato dentro di sé la morte del suo io. Ma si può credere anche a Julius Evola che ne La Tradizione Ermetica (ed. Mediterranee) sostiene idee apparentemente assai diverse.

http://www.librerianeapolis.it/new/index.php/non-solo-napoli/159-esoterismo/2204-la-tradizione-ermetica-julius-evola

Dice Evola che scopo dell'Alchimia non è quello dell'immortalità del corpo fisico – come crede il lettore medio -, quanto dell'immortalità dell'"anima", che, grazie al processo alchemico, sfuggirebbe in tal modo alla seconda morte.

Evola chiarisce in modo inequivocabile che l'immortalità dell'"anima" è un portato del Cristianesimo e che gli Antichi, in particolare gran parte dei filosofi greci e romani, non credevano affatto all'immortalità dell'"anima" tout court. Anzi, credevano che alla morte fisica sopraggiungesse una dissoluzione dell'"anima" che ritornava all'"anima" universale, secondo l'ipotesi a).

Questo processo aveva una sola eccezione: l'Iniziazione ai Misteri.

Facendo due più due, se ne conclude che, se Evola ha ragione (e non ho alcun motivo di credere a priori che non l'abbia)

1) o i Misteri coincidevano con la Tradizione Ermetica e particolarmente coincidevano con l'Alchimia;

2) oppure l'Alchimia era parte dei Misteri;

3) oppure alcuni Misteri coincidevano con l'Alchimia.

L'Iniziato sarebbe dunque

a) colui che pur avendo memoria dell'ultima vita o di tutte le vite precedenti;

b) s'è comunque reincarnato o

c) ha smesso di reincarnarsi.

Non si deve escludere a priori una sorta di equivalenza tra gli insegnamenti di Kempis e quelli di Evola. Forse cambierebbe solo il modo d'esprimersi. 

—–

"Tutto questo comporta una serie di domande, ma forse la più forte è: che rapporto c'è tra la Cellula Madre e il senso dell'io?

Già, perché se la Cellula Madre, grazie ad una qualche disciplina, sopravvivesse alla seconda morte e fosse all'origine stessa dell'io, avremmo l'immortalità dell'io!

Prima di continuare, occorre ricordare la lezione di Kempis sulla natura dell'io: si tratta, secondo il Maestro, di una struttura per così dire artificiale o se si vuole virtuale creata dalla nostra mente. Una struttura nella quale ci identifichiamo, come ci identifichiamo con la nostra macchina, la nostra casa, il nostro lavoro, il nostro conto in banca, il nostro corpo.

Ma noi non siamo nulla di tutto questo. Noi non siamo il nostro corpo, noi non siamo la nostra mente, noi non siamo il nostro io.

Ma cosa siamo allora?

Secondo Kempis, l'io in realtà non esiste, essendo solo un'invenzione della mente.

Esiste solo il nostro sentire di coscienza. Noi siamo sentire di coscienza.

Già, ma cos'è il sentire di coscienza? E' quel sentire interiore che, tanto per dirne una, ti trasporta dall'egoismo verso l'altruismo. Facile a dirsi, ma molto difficile a comprendersi. Si sarebbe tentati di vedere il non-egoismo come il fare l'elemosina, l'aiutare gli altri con atti caritatevoli e così via. Mentre sarebbe egoismo l'uccidere. Amore sarebbe il fare l'elemosina, l'aiutare gli altri con atti caritatevoli, non uccidere e così via. Giusto? A prima vista sembrerebbe, eppure, non è così semplice.

Prendete il re Leonida e i 300 spartani più altri 2700 greci di altre città. Leonida era uno dei due re di Sparta. A lui e agli altri 2999 combattenti era stato chiesto di bloccare l'immenso esercito persiano al passaggio stretto delle Porte Calde oTermopili e di resistere fino alla fine. Lì, l'immenso esercito spartano sarebbe stato chiuso in un passaggio di cento metri, bloccati da un lato dal monte e dall'altro dal baratro che finiva nel mare.

Il compito era ingaggiare lo scontro lì per rallentare l'avanzata persiana. Leonida ed i suoi lo fecero, ammazzarono mucchi di soldati persiani (poveracci: mandati lì a morire da un cosiddetto Gran Re!), nel frattempo permisero all'ateniese Temistocle (altro eroe) di infliggere una sonora lezione sul mare alla smisurata flotta persiana e infine permisero ai greci e in particolare agli ateniesi di organizzare una difesa del tipo partigiano (l'esercito persiano non poteva essere attaccato frontalmente o altrimenti i greci sarebbero stati polverizzati). Atene bruciò, bruciarono i templi e le case, ma gli ateniesi, pur piangendo alla vista della città della civetta che ardeva, erano in salvo, pronti a colpire l'invasore. Leonida ed i suoi resistettero per oltre due giorni.

Il terzo giorno, grazie ad un traditore, i persiani riuscirono ad oltrepassare il monte e a circondare i 300 + 2700 e finalmente ad annientarli. Leonida e i suoi morirono tutti sapendo che comunque alla fine sarebbero morti.

E' egoismo l'aver ucciso decine di migliaia di persiani? O non è piuttosto amore l'averlo fatto?

Leonida mi fa venire in mente un film di molti anni fa, intitolato Mission. Lì la storia era meno eroica, ma, per certi versi, ancor più esplicita. Siamo in America del Sud e ci sono due preti gesuiti. Uno è un ex soldato mercenario convertito. L'ex mercenario si innamora perdutamente della popolazione dei "primitivi" locali.

Entrambi i preti lavorano in una missione accanto e per gli indigeni. Arriva un grande esercito spagnolo guidato e sostenuto dal legato pontificio che ha il compito di spazzar via la popolazione locale per far posto a grandi operazioni di sfruttamento del suolo. In nome della non-violenza, uno dei gesuiti si fa ammazzare senza opporre resistenza.

L'altro, l'ex soldato mercenario, organizza invece una resistenza armata e combatte lui stesso in prima linea. Il suo compagno prima della battaglia finale gli chiede: "Ma ti rendi conto che ti presenterai al Signore con le mani sporche di sangue?". Questo, nell'ottica di un cristiano equivale all'inferno. L'ex mercenario gli risponde: "Sì, lo so, ma il mio amore per questa gente è superiore all'amore par la mia anima". Combatte, uccide e muore. Andrà all'inferno?

Gli Antichi (quelli della nostra Tradizione, per intenderci) non si sarebbero fatti venire dubbi: Leonida e il gesuita ex soldato mercenario sarebbero stati giudicati eroi caduti per la difesa della Patria. Come tali degni dei Campi Elisi, il luogo che accoglie i buoni. Non entro qui nel merito del significato della parola Patria, parola lungamente stuprata per secoli dai politici di tutte le risme fino ai tempi nostri, parola che ha un significato spirituale che un politico difficilmente può intendere, e mi concentro solo sul significato di sentire di coscienza. Il sentire di coscienza di Leonida era quello di immolarsi per la Patria, per i suoi figli, la moglie, i suoi concittadini, coloro che (come dice Erodoto) partecipavano della sua civiltà. (E, lo dico per inciso, si direbbe che il concetto di Erodoto equivalga ad un dipresso a quello di sentire di coscienza!).

Il sentire di coscienza di Leonida ( = il figlio del Leone) ha fatto sì che oggi, dopo due millenni e mezzo, la civiltà per la quale s'è battuto ed è morto, è ancora viva.

Intendiamoci: è viva tra un milione di problemi, con gravi cadute verso il basso, in un'epoca di buio, ci sembra perduta per sempre, eppure è ancora viva. Ancora per inciso: naturalmente, quando parlo di Leonida non parlo certo solo di lui, ma di tutti gli eroi che caddero alle Termopili.

In conclusione, non semplificherei dunque il sentire di coscienza divulgata dagli americaneggianti della mediocrissima New Age (volemose bbene, benediciamo la Terra, doniamo un obolo ai poveri, etc.).

Le cose non sono così semplici. Noi sappiamo e io so che oggi sto qui e penso e sento e scrivo e parlo e vivo in un certo modo, che non mi prostro dinanzi ad un satrapo e che di lui non sono possibili prede mia moglie e mia figlia, che non ho corso il rischio di finire evirato per compiacere qualche potente, perché un uomo del quale non conosco neppure i tratti del viso è morto per me, per la mia famiglia e per coloro che partecipano alla sua e alla mia civiltà, due millenni e mezzo fa. Il mio sentire (non di coscienza, quello "semplice") mi dice che il sentire (quello vero, quello di coscienza) di Leonida era al punto d'arrivo di quella evoluzione "a perdere" di cui ho già parlato. Tanto a perdere che, nel suo caso, la perdita comportò anche quella della vita.

Ora che abbiamo un po' chiarito la vastità del concetto di sentire di coscienza, possiamo ritornare all'immortalità e alla CM.

 

di Warrighetti

Blog R. Zamperini http://zaro41.wordpress.com/

 

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