Linguaggio Unitivo

di Mauro Scardovelli

MM2: la rivoluzione del linguaggio che può cambiare il mondo

Noi non viviamo nel mondo, ma nella descrizione del mondo che ci viene trasmessa dalla cultura di appartenenza. Le ideologie religiose, scientifiche, filosofiche, economiche, politiche, sono gli assi portanti di ogni cultura.

Le ideologie di una società, insegna Marx, sono le ideologie della classe dominante. Le élite dominano il mondo attraverso le ideologie che diffondono per mantenere il predominio.

Le ideologie, dice Raimon Panikkar, sono la musica sulla quale popoli e governi danzano. Una danza di inconsapevolezza.

Pensare significa soppesare. Soppesare per mettere le cose al loro posto. La libertà di pensiero è indispensabile per mettere ordine nelle cose. Ma questa libertà non ci verrà mai data da chi, detenendo il potere, ne verrebbe alla lunga privato.

Libero pensiero e potere dominio sono inconciliabili.

La scuola, in una società basata sulla diseguaglianza, è per sua natura oppressiva. L'oppressione, l'imprigionamento del pensiero nei binari dell'ideologia dominante, è il suo compito fondamentale. Quando i bambini sono piccoli, hanno un alto punteggio nei test sul pensiero divergente. A dieci anni, hanno già un punteggio molto basso, come gli adulti. Che cosa hanno in comune tutti i bambini di dieci anni? Sono andati a scuola. A scuola di conformismo.

Senza libertà di pensiero, non ci può essere né amore né creatività. Uccidendo nella culla il libero pensiero, con un solo gesto, le élite, - o gang, come le chiama Marshall Rosemberg -, garantiscono la loro sopravvivenza.

Angela Volpini, ne "La resurrezione di Dio", attribuisce alle élite religiose la tremenda responsabilità di aver staccato l'uomo dalla sua coscienza. Il suo pensiero non utilizza mezzi termini:

Questi mediatori arbitrari io ho cominciato a identificarli come padri di ogni tirannide.

Essi, impedendo alla gente semplice di riconoscere la propria coscienza come luogo dove Dio si intrattiene con l'uomo e luogo dove nasce il punto di forza, di luce e di autorità personale, si sono sostituiti alla coscienza.

Sostituendosi alla coscienza personale e proclamando l'obbedienza come il solo cammino di salvezza, hanno reso l'uomo fragile, insicuro, smarrito, disperato e pronto ad accogliere ogni progetto esterno che gli promettesse salvezza, pace e benessere.
Lo hanno, per così dire, educato a prostituirsi come cosa a ogni potere riconoscendo a esso autorità, non avendo più la propria, cioè quella della coscienza, alla quale far appello come punto fermo, di luce costante, verso il proprio fine di pienezza".

Pensiero e linguaggio

Il pensiero è linguaggio. Libertà di pensiero significa libertà nell'uso del linguaggio. In realtà non non siamo liberi di pensare e parlare, perché è il pensiero-linguaggio che parla attraverso di noi. Siamo parlati dal linguaggio, dicono i linguisti. Solo poche persone utilizzano il linguaggio in modo creativo, creando nuovo linguaggio e nuova realtà. Gli altri seguono tracce già percorse infinite volte.

Il linguaggio predefinisce le figure da ritagliare sullo sfondo. Finché utilizziamo il linguaggio e le categorie che ci ripropone, noi osserviamo la realtà mediata da questo potentissimo filtro. Scambiando le figure per la realtà, siamo come i prigionieri nella caverna di Platone, che confondono le ombre con gli oggetti che le producono. Confondiamo il dito con la luna che esso sta indicando.

La mente che parla a se stessa è una mente condizionata, condizionata dal linguaggio a pensare in modo conforme. La libertà, quella vera, inizia con la pausa di silenzio tra un pensiero e un altro. Per questo la meditazione, nel momento che ci fa toccare quel silenzio, è considerata come la prima e ultima libertà (Osho).

Per un occidentale moderno, contattare quel silenzio è esperienza di vetta, ma proprio per questo estremamente rara.

Esiste un'altra via, un'altra soluzione? Il pensiero strategico ci suggerisce di trovare soluzioni semplici a problemi complessi. Soluzioni che siamo portati a scartare in quanto controintuitive, come quella di uccidere il serpente con il suo stesso veleno.

La domanda è: possiamo usare il linguaggio per liberarci dal suo predominio, ovvero dalle ideologie che esso veicola? E in modo ancora più radicale: possiamo utilizzare il linguaggio per affrancarci dall'ideologia di fondo che esso veicola, che sta alla base di ogni altra ideologia, l'ideologia che ci porta a sentirci separati e divisi dal mondo e dagli altri, perché ci siamo separati dalla nostra coscienza? Quell'ideologia che ci porta a diffidare di noi stessi e a dipendere sempre da autorità esterne, con l'unica libertà illusoria di poterle scegliere, salvo il fatto di continuare a dipendere, senza mai uscire dallo stato di minorità?

Se guardiano alla storia degli ultimi millenni, gli uomini non hanno mai smesso di combattere con il potere. Qualche volta sono riusciti ad abbatterlo, ma solo per ricostruirlo sotto nuova forma. Questa coazione a ripetere non ci deve stupire: oppressori e oppressi, ideologicamente divisi a livello manifesto, erano uniti a livello profondo nella condivisione della stessa danza di potere. E perché questo? Perché parlavano la stessa lingua, che nei contenuti può anche variare, ma nella struttura di fondo rimane la stessa: soggetto, verbo, predicato, oggetto, attivo, passivo, io, tu, mio, tuo. Un linguaggio adatto a parlare di oggetti, di quantità, di cose materiali, non di relazioni, non di qualità delle relazioni. Anche quando parla di relazioni, lo fa in modo duale, separando l'io dal tu, facendone due figure non solo distinte, ma separate e pronte a contrapporsi, perché la danza che danzano insieme, come filo che le unisce, viene relegata sullo sfondo indifferenziato, che solo il linguaggio onirico, poetico, artistico, mistico, religioso, o il linguaggio dei bambini e della follia, riescono a recuperare alla superficie, senza reintegrarlo quasi mai in una composizione unitaria che ci restituisca il senso della totalità e dell'unità, che continua a vivere al di sotto dell'apparente frammentazione.

Non comprendere che nella struttura separativa, insita nel linguaggio che ci accomuna, si nascondeva la chiave dell'oppressione, ha reso infinitamente faticosa la marcia verso la libertà e la giustizia.

Ogni volta che utilizziamo il linguaggio, la sua struttura di fondo ci porta a rafforzare il senso di separatività, anziché il senso di unità. Parlando a noi stessi o agli altri, qualunque siano i contenuti, allarghiamo il fosso che ci separa dalla nostra anima, dalla scintilla divina che percepisce il mondo come uno, e non come frammenti isolati, indifferenti o in lotta tra loro per conservare l'identità (come diceva Eraclito) o per accrescere sicurezza, controllo, potere.
La domanda è quindi: possiamo utilizzare il linguaggio, costruito per dividere e separare, in modo da generare un effetto opposto a quello ordinario? Possiamo utilizzare un veleno come medicina? Possiamo servirci dell'economia per liberarci dai problemi creati dall'economia? Possiamo servirci della politica per trovare soluzione ai problemi creati dalla politica? Possiamo utilizzare la mente e il pensiero per liberarci dai condizionamenti del pensiero?

Questa è la sfida raccolta dal MM2 http://www.mauroscardovelli.com/PNL/Consapevolezza_di_se/Linguaggio_unitivo.html

 

 

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