L'anima davanti agli occhi: ricordiamoci di noi

L'individuo con le sue caratteristiche fisiche e psichiche, costituisce un essere unico. Se osserviamo la natura in tutte le cose create vi è questa particolarità, chiamiamola "diversità".

Noi uomini, possessori di questa individualità ci pregiamo di dire "io sono". Siamo esseri e come tali definiamo noi stessi.

Assumendo vari ruoli nella nostra vita, durante tutto il percorso, facciamo l'esperienza di essere, esclamando sono un bambino, sono un figlio, sono un genitore, sono un operaio, sono un nonno, fino all'infinito delle possibilità.

Inoltre definiamo noi stessi, dicendo sono simpatico, sono arrabbiato, sono bello, sono brutto e definendo in questo modo anche gli altri che incontriamo durante la nostra vita, che saranno tanti modi d'essere simile, dissimili, mai identici.

La diversità ci spinge a sentirci unici, ma contemporaneamente ci rende separati da tutti gli altri esseri.

Come possiamo definire meglio la diversità: essa è la base aggregante di qualità che formano la personalità e che ci spinge a considerarci staccati da tutti gli altri , definendoci un "io".

Essa è la mente egoica, è l'ego nella sua essenza mentale.

La somma di ciò che è "io" è la nostra personalità.

Avendo appurato l'io sono, nel confronto con gli altri e con la realtà, avendo posto le basi della personalità, con inclusioni ed esclusioni qualitative dell'essere, per circa metà della nostra vita, ciò ha maturato l'io e ci ha resi ben definiti nei confronti dell'ego, diciamo che l'io si è individualizzato.

La mente si riconosce e si compiace di essere un "io", ma questa convinzione si disgrega, appena la realtà ci pone nelle condizioni di saggiare la nostra personalità.

Il confronto diviene maggiormente drammatico quanto più alto è stato il convincimento che abbiamo del nostro "io".

Durante la gioventù avendo aperta ancora la mente, verso tutte le possibilità dell'io sono, ciò non viene avvertito così drammaticamente come avviene nell'età matura.

L'uomo che comprende che il suo "io" è solo una parziale espressione di se stesso, formata da convinzioni nate dalle esperienze e dalla nostra indole geneticamente appresa, inizia a chiedersi " Ma io chi sono veramente? Sono il frutto di un incrocio genetico e della causalità della vita?"

Questo è il primo passo verso la scoperta di sé.

Davanti le difficoltà della vita agisce una coscienza interiore che non è condizionata dalle limitazioni dell'ego, prende il sopravvento in noi quando ci ritroviamo con le spalle al muro, è forza e intelletto che non pensavamo di possedere, fa capolino nei nostri pensieri e la percepiamo attraverso il nostro cuore, se l'ego non è davvero all'apogeo della sua potenza, definiamo tale nostro aspetto: coscienza interiore.

Non è del tutto sconosciuta al nostro sentire, perchè quando ancora l'ego non era così bel strutturato ed eravamo aperti alle possibilità dell'io sono, essa dirigeva le nostre scelte, attraverso il nostro cuore.

Le esperienze della vita hanno poi accresciuto la mente, definendo e limitando questo sentire, inaridendo il cuore, nelle convinzioni di essere una particolare persona, limitandoci in un contesto finito.

Ma l'impossibilità di accogliere l'essere è anche la fine dell'io, la fine della sua funzione, la mente inizia a voler togliere lo steccato che essa stessa si è creata intorno, ed inizia la crisi d'identità, che tutti ben conosciamo.

Vi sono tante possibilità di scelta che gli uomini hanno, davanti alla crisi dell'ego, che sovrasta il sentire del cuore, alcuni vogliono tornare alla fase in cui ancora potevano crearsi una personalità e distruggono la realtà attuale della loro vita, affermando che non ci identificano più.

Le famiglie si disgregano, i lavoro si cambiano, tutto diventa superato, inutile.

Altri, che non hanno questo coraggio, introiettano il "mal' essere" e si rifugiano in uno stato interiore di distacco della realtà che comporta tutta una serie di sintomi, che affermano la non coerenza fra il loro sentire interiore e quello esteriore, viene denominato tale stato "depressivo"

Altri ancora ricercano in varie metodologie religiose quell'essere nuovo che possa colmare il loro bisogno di sentirsi uniti con la propria diversità individuale, disgregando in tale confronto i loro convincimenti, essi superano subito il primo ostacolo che è prodotto dall'io individualizzato che predomina: il non amore per se stessi.

Si inizia a perdonarsi, perdonando tutto quello che fino a quel momento causa il dolore nella realtà, siano esse persone, fatti, esperienze.

Il contatto con lo spirituale è speculare, l'uomo si interiorizza e va a guarire in sè, ciò che non accetta dell'ego. Per fare ciò qualsiasi religione va bene.

Cosa accade invece a coloro che hanno pensato di guarire se stessi modificando non l'interiorità ma l'esteriore realtà? Per loro il percorso sarà più complicato, perchè dovranno comunque lottare ancora molto per comprendere che modificare la realtà è un apparenza, che porta conseguenze positive e negative, che andranno comunque con il tempo a far introiettare l'attenzione dell'uomo verso la sua interiorità.

Tutti dunque inizieranno ad elaborare la verità che l'ego va compensato ed equilibrato con il sentire del cuore, e che c'è una forza dentro ciascuno che funge da base per tutte le considerazioni, anche quando l'io fa i capricci, la nostra coscienza, il nostro sé.

Chi arriva a tali considerazioni, non si identificherà mai più con l'io egoico, non affermerà mai più io sono proiettandosi in un ruolo, come un corpo si identifica in un abito, nella limitatezza di alcune inclinazioni qualitative, ma affermerà di sé, io sono essere, specchiando l' egoicità con una natura interiore indenne dai condizionamenti, ma coerente solo alla verità e all'amore.

Cosa è rimasto della nostra diversità individuale, della persona? Adesso che comprendiamo di essere nell'Essere, nulla. Essa non ha più ragione di essere definita, ma vivremo nell'accoglimento e l'apertura di tutte le opportunità che la vita ci vorrà sottoporre comprendendone la ricchezza.

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Wasilij Kandinskij.
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