L'assassinio di Osho. Perché si uccide un leader spirituale

Osho-on-Murderer2

Osho fu assassinato dalla CIA mediante avvelenamento da tallio e morì il 19 gennaio 1990, all'età di 60 anni. Che fu assassinato non lo dice un complottista come me; lo dice lui stesso, lo dicono i suoi allievi, e la storia del suo assassinio è narrata nel libro "Operazione Socrate", che spiegano anche le ragioni per cui venne avvelenato.

Ritengo però che le cose non siano andate esattamente come le raccontano i suoi allievi, e qui spiegherò il perché.

Negli anni della mia adolescenza e successivamente, fino alla laurea, non avevo molta simpatia per Osho. I media infatti lo presentavano come un guru spirituale che viaggiava in Rolls Royce, e i cui seguaci facevano orge e fumavano haschisch.

Mi infastidiva poi la quantità di libri in circolazione che portavano il suo nome. Sono usciti infatti circa 400 titoli a suo nome, che trattano tutti i temi della vita; la religione, la vita, la morte, l'amore, il denaro, la depressione, la felicità, la politica, l'etica.

I suoi seguaci poi mi parevano un po' sciroccati. Qualche anno fa ne conobbi uno ad un corso di meditazione; gli chiesi come mai, se era stato assassinato, i suoi seguaci non organizzavano manifestazioni, non scrivevano libri, aprivano siti e denunciavano il problema.

Mi rispose: "E perché mai dovremmo denunciare la sua morte? Osho non è mica morto. Se ne è andato il suo corpo ma lui è più vivo che mai".

Un'altra volta mi imbattei in un Sannyasin seguace di Osho ad un corso di Shiatsu. Mi disse: "Osho non è stato assassinato. Chi crede di averlo ucciso si sbaglia e non ha capito niente della vita. Osho se ne è andato quando la sua anima ha deciso. Ha solo scelto di andarsene in quel modo".

Dopo aver ascoltato queste risposte rimanevo con la sensazione che i seguaci delle idee di Osho fossero un po' sciroccati e dicevo tra me "ecco perché nessuno si occupa della sua morte; questi qui dicono addirittura che non è morto, o che ha scelto lui di morire".

Anzi, dopo aver parlato con loro mi convincevo che la storia del suo assassinio doveva essere una balla, prima di tutto perché nessuno dovrebbe aver interesse a uccidere il leader di un branco di sciroccati; e in secondo luogo perché questa storia della CIA mi pareva una stupidaggine; "quando non si sa a chi dare la colpa, si tira sempre fuori la CIA o gli extraterrestri", pensavo.

Qualche anno fa presi in mano un libro di Osho, "La via delle nuvole bianche", e rimasi colpito dalla bellezza e della profondità del libro. Poi ne lessi altri e via via mi convincevo che il suo pensiero era di una profondità fuori dal comune, che mal si attagliava all'immagine di orge e Rolls Royce che i media ne avevano tramandato.

D'altronde la data della sua morte era quanto meno sospetta, perché è difficile, ai nostri giorni, morire a sessanta anni per cause naturali, specie se stiamo parlando di un uomo che viveva seguendo una dieta sana e principi anche spirituali sani.

Decisi quindi di approfondire.

La morte di Osho.

Osho aveva lavorato, e poi fondato una comunità spirituale, in India. Nel 1981 si trasferisce in America e fonda una comunità nell'Oregon, ad Antelope. Raineeshpuram.

Venne arrestato il 28 ottobre del 1985 a Charlotte nella Carolina del nord e fu tenuto in stato di arresto per dodici giorni.

Motivo dell'arresto: immigrazione clandestina. In poche parole, per quello che, in Oregon, è un semplice illecito amministrativo, Osho fu tenuto, illegalmente, dodici giorni in prigione e gli fu comminata una pena di dieci anni di galera (con la sospensione condizionale) in aggiunta all'espulsione dagli USA.

Più nel dettaglio, venne accusato perché alcuni cittadini americani che frequentavano la comunità di Osho aveva contratto matrimoni di convenienza con degli stranieri, per far acquisire loro la cittadinanza americana.

L'accusa poi era sicuramente falsa, perché Osho era il leader di una comunità che contava oltre 7000 persone; difficile immaginare che fosse direttamente colpevole di questi reati.

Ma, quand'anche fosse stato responsabile, Osho viene sottoposto ad una serie di procedimenti illegali, e tenuto in stato di arresto per molti giorni in più rispetto a quella che sarebbe stata la normale procedura.

I suoi avvocati non vennero avvisati dell'arresto.

Venne trasferito in dodici giorni in prigioni diverse, senza motivo e senza una regolare procedura.

Fu registrato in una prigione con il falso nome (per quale motivo?) di David Washington.

Fu tradotto in un carcere di Contea e non nel carcere federale, dove per giunta rimase 4 notti anziché una, come previsto in genere per i prigionieri in transito.

Leggendo la sua biografia, e il libro che alcuni suoi discepoli hanno scritto sulla sua morte, saltano agli occhi poi alcune cose.

Anzitutto la testimonianza di un detenuto in carcere per omicidio, Jonh Wayne Hearu, che al processo dichiarò di essere stato avvicinato per gettare una bomba sulla comunità di Osho.

L'insabbiamento di alcune testimonianze di agenti federali che dichiararono che stavano indagando sugli autori di una minacciata bomba nel carcere in cui era stato tradotto Osho; pare che le telefonate partirono da centri istituzionali, ma l'inchiesta su questa vicenda venne insabbiata e il funzionario che stava indagando venne trasferito.

Il giorno dell'arresto erano pronti centinaia di militari che avevano circondato la comunità di Osho in assetto da guerra e con elicotteri da combattimento; ma Osho fu avvertito della cosa e quel giorno si fece trovare a casa di una sua seguace, dove si consegnò pacificamente.

Per giunta da giorni gli avvocati di Osho chiedevano notizie circa l'eventuale possibile arresto di Osho il quale, nell'eventualità, voleva consegnarsi spontanemente; le autorità americane rassicuravano i legali dicendo che non dovevano temere nulla, ma l'arresto fu effettuato a sorpresa e con la preparazione di un vero esercito. Questo perchè, a mio parere, avevano preparato una strage che fu sventata dall'allontanamento di Osho dalla comunità.

Un altro fatto inspiegabile di quei giorni è che Osho disse di essere stato in carcere per undici giorni, quando invece i giorni erano dodici. In altre parole, per un giorno Osho perse la memoria. Non fu mai chiarito il perché e come.

La cosa più incredibile, comunque, è che a seguito di queste vicende ad Osho fu riscontrato un avvelenamento da tallio che lo portò alla morte in pochi anni.

A questo punto, se un seguace di Osho, non essendo un complottista, si limita a riferire i fatti domandandosi il perché, per me è abbastanza chiaro il susseguirsi degli avvenimenti.

Lo spiegamento di forze militari in assetto da combattimento si spiega perché probabilmente, per il governo la cosa migliore sarebbe stato provocare un incidente per poter uccidere Osho direttamente il giorno dell'arresto. I giornali e le TV, che già negli anni precedenti avevano creato problemi alla comunità dipingendoli come satanisti, orgiastici, ecc., avrebbero fatto il resto e la vicenda sarebbe stata liquidata come un atto di ribellione da parte di fanatici fondamentalisti, repressa con le armi dall'eroico esercito americano.

Nei giorni successivi all'arresto Osho fu trattenuto in carcere più del dovuto perché doveva prepararsi l'avvelenamento da tallio; l'avvelenamento avvenne probabilmente spargendo la sostanza nel letto dove Osho dormì; lui infatti era solito dormire su un fianco, e la parte del corpo che risultà agli esami maggiormente contaminata fu proprio quella dove Osho aveva dormito.

In merito all'assassinio di Osho fu preparata anche una dichiarazione a firma di vari senatori, giornalisti e personaggi pubblici, tra cui Strik Lievers, Luigi Manconi, Marco Taradash, Michele Serra, Giorgio Gaber, Lidia Ravera, Giovanna Melandri, Gabriele La Porta, e altri, in cui dichiarano:

"Il quadro dei fatti descritto nel libro è impressionante e gravissimi sono gli interrogativi che ne escono, formulati esplicitamente dagli autori.

Va detto con chiarezza: se coloro cui spetta non vorranno o non sapranno dare risposte persuasive, saranno essi a legittimare come fondata la denuncia dei discepoli di Osho.

Da parte nostra riteniamo ci siano elementi più che sufficienti per richiedere l'apertura di un'inchiesta sul piano internazionale.

Ed è nostra intenzione non lasciare nulla di intentato perché si faccia luce su questa pagina oscura, per sapere se, ancora una volta nella storia, il diverso sia stato prima demonizzato e poi eliminato nell'indifferenza generale.

Questo comitato di sostegno nasce perché il caso Osho Rajneesh non sia dimenticato e diventi invece coscienza internazionale".

Perché fu ucciso.

La spiegazione data dai suoi allievi, che Osho fu ucciso dai fondamentalisti Cristiani, che vedono Satana in tutto ciò che non è cristiano, non mi convince per varie ragioni.

C'è infatti un particolare, non piccolo, ma anzi di assoluta importanza, che sfugge ai seguaci di Osho.

Bush padre, come il figlio, e come Reagan (presidente al tempo dell'arresto di Osho) NON sono cristiani nel senso "cristiano" del termine. Il cristiano vero, in teoria, dovrebbe essere tollerante e amorevole verso tutti, e non dovrebbe per nessun motivo uccidere. Loro sono cristiani nel senso "rosacrociano"; fanno parte cioè di quel ramo dei Rosacroce deviato, l'Ordine della Rosa Rossa e della Croce d'Oro, che parlano di Dio e di Cristo intendendo questi termini in senso esattamente opposto al senso cristiano.

Non a caso in nome di Dio scatenano guerre uccidendo milioni di persone, e Bush spesso ha ripetuto infatti che "Dio è con lui". Perché il Dio in nome del quale scatenano la guerra è il loro Dio, Horus, non il Dio dei Cristiani.

Bush quindi non è un cristiano, e, anzi, da un certo punto di vista Osho è più cristiano di molti "cattolici", in quanto seguiva alla lettera i principi di amore e tolleranza che sono scritti nei 4 vangeli.

Anzi, dal punto di vista dei Rosacroce, il movimento di Osho contribuisce col suo sincretismo ad abbattere la forza dell'ideologia cattolica, e quindi in questo senso è funzionale agli interessi della religione di Bush.

Il problema quindi non può essere religioso.

Leggendo gli scritti di Osho mi sono convinto che la ragione dell'omicidio è di tipo spirituale. Infatti, la comprensione e l'interiorizzazione dei principi su cui si basa la filosofia di Osho è idonea a scardinare proprio quei capisaldi su cui la massoneria rosacrociana basa la sua forza: ovvero il concetto della morte, e il concetto del denaro.

Osho con i suoi scritti incita a non temere la morte ed a viverla come uno stato di passaggio, in cui addirittura si vivrà meglio che nel corpo fisico.

E, nonostante girasse in Rolls Royce, non era attaccato al denaro.

Da giovane insegnava all'università ma rifiutò una promozione perché, lui disse, non voleva regalare ancora più soldi allo stato con le tasse.

Dopo qualche tempo lasciò il lavoro perché non si ritrovava in quel mondo lavorativo.

E non si preoccupò mai del denaro, perché sosteneva che nell'universo arriva sempre esattamente ciò di cui hai bisogno, nel momento giusto.

Le Rolls Royce arrivarono perché la sua comunità attirava anche gente ricca, e ciascuno metteva in comune ciò che aveva; a Rajneeshpuram ciascuno metteva in comune ciò che aveva e che poteva. Gli avvocati gestivano gratis i problemi della comunità; i muratori costruivano, i medici curavano, i docenti di varie displine insegnavano e, ovviamente, chi aveva soldi, donava soldi.

Osho spiegava che la civiltà occidentale viveva una strana schizofrenia nel rapporto con il denaro; da una parte alcuni lo eleggono ad oggetto di culto; dall'altra, quando si incita a vivere una vita spirituale, si tende a disprezzarlo o farne senza. In realtà il denaro e il lusso sono un mezzo come un altro, che possono esserci o meno, ma che non devono intaccare la serenità interiore che invece si acquista con altri mezzi.

Apparentemente contraddittorio poi anche il suo rapporto con la vita; se da un lato insegnava ad amarla e a viverla in pieno, dall'altro non ne era attaccato.

Esemplare, in questo il racconto della sua morte effettuato dai suoi seguaci: nella notte lui si sentì male per l'ennesima volta, sfinito dagli anni del dopo carcere e dai dolori.

– Chiamiamo Amrito? – chiesero i suoi seguaci. Amrito era il medico personale di Osho.

– No, rispose lui. E' il momento che me ne vada. Inutile forzare ancora le cose. Oramai soffro troppo in questo corpo.

Insomma, Osho faceva paura perché il sistema massonico in cui viviamo si basa su due fondamenti:

la paura della morte.

la paura della perdita economica.

Senza queste paure il sistema massonico, che vive di minacce dirette o indirette (se ti opponi perderai il lavoro; perderai la vita; perderai l'onore perché ti infangheremo) non potrebbe resistere.

Senza la paura della morte (tua e dei tuoi cari) svanisce anche il ricatto familiare che si riassume nella frase: non ti opporre al sistema se tieni alla tua famiglia.

Aggiungiamo anche che la comunità di Osho, vivendo secondo un sistema di valori e abitudini differente da quello su cui basano le comunità occidentali (ciascuno metteva in comune ciò che aveva) sarebbe perfetta per contrastare gli effetti della crisi economica in cui stiamo per piombare a capofitto.

La crisi economica infatti si basa essenzialmente sulla perdita della disponibilità del denaro, inteso come posta contabile.

Ma se imparassimo a vivere incentivando forme di scambio tipiche dell'antico baratto (io ti do ciò che ho, abilità manuali, conoscenze intellettuali, il mio lavoro di falegname, avvocato, medico, elettricista, esperto di Pc, ecc., in cambio tu mi dai ciò che hai, prodotti dell'orto, materie prime, il tuo terreno, la tua casa, ecc...) gli effetti della crisi economica potrebbero in parte essere attenuate se non addirittura azzerate (si pensi a piccoli paesi di montagna o di campagna, in cui il mettere in comune fin da subito le proprie capacità e i propri beni potrebbe essere una soluzione immediatamente praticabile).

Anche dal punto di vista religioso, Osho poteva far paura, ma per un altro motivo. Egli non ha fondato una sua religione, né si ispirava ad una religione particolare. Nei suoi libri e nei suoi discorsi utilizzava il Vangelo quando parlava a persone cattoliche, i Sutra buddisti quando parlava a buddisti, i Veda indiani quando parlava a induisti, e attingeva da fonti ebraiche, sufi, e chassidiche. Scrisse anche "Le lacrime della Rosa mistica", tra i tanti libri.

Si possono leggere i suoi scritti, quindi, pur restando buddisti, cristiani, o ebrei.

Ma dava una lettura dei testi sacri più moderna e al passo coi tempi, il che poteva far paura a coloro che ancora ragionano con schemi che risalgono a migliaia di anni fa, e che usano la religione come uno strumento per tenere sotto controllo le menti degli adepti.

Osho, in altre parole, fu ucciso per lo stesso motivo per cui furono uccisi altri leader spirituali famosi, come Ghandi e Martin Luther King. Più in generale, fu ucciso per la stessa ragione per cui vengono uccisi tutti quelli che si ribellano al sistema denunciandolo fin nelle fondamenta, dai cantanti, agli scrittori, ai registi, ai magistrati, ai giornalisti.

La diffusione delle idee di Osho poteva contribuire a scardinare il sistema.

Ma su un punto aveva ragione Osho. Il suo pensiero, per quanto abbia potuto fare il sistema in cui viviamo, non è andato perduto. Lo testimoniano la continua ristampa e le nuove edizioni dei suoi libri, che si diffondono costantemente sempre di più.

Per certi versi Osho è più vivo che mai.

"Si dovrebbe accogliere la morte con gioia... è uno dei più grandi eventi della vita. Nella vita, esistono solo tre grandi eventi: la nascita, l'amore e la morte. La nascita, per tutti voi, è già accaduta: non potete farci più nulla.

L'amore è una cosa del tutto eccezionale... accade solo a pochissime persone, e non lo si può prevedere affatto.

Ma la morte, accade a tutti quanti: non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi, accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza.

La morte è semplice svanire nella fonte. La morte è andare nel regno di ciò che non è manifesto: è addormentarsi in Dio.

Di nuovo tornerai a fiorire.

Di nuovo rivedrai il sole e la luna, e di nuovo e ancora... fino a quando non diventi un Buddha, fino a quando non riuscirai a morire in piena coscienza; fino a quando non sarai in grado di rilassarti in Dio consciamente, con consapevolezza.

Solo allora, non esiste ritorno: quella è una morte assoluta, è la morte suprema."

"Se mi hai amato, per te, io vivrò per sempre. Vivrò nel tuo amore. Se mi hai amato, il mio corpo scomparirà, ma per te, io non potrò mai morire. Anche quando me ne sarò andato, so che tu mi verrai a cercare. Certo, ho fiducia che tu verrai a cercarmi in ogni pietra e in ogni fiore e in ogni sguardo e in tutte le stelle.

Posso prometterti una cosa: se mi verrai a cercare, mi troverai... in ogni stella e in ogni sguardo... perché se hai veramente amato un Maestro, con lui sei entrato nel Regno dell'Eterno. Non è una relazione nel tempo, dimora nell'assoluta atemporalità.

Non ci sarà morte alcuna. Ιl mio corpo scomparirà, il tuo corpo scomparirà, ma questo non farà una gran differenza. Se la scomparsa del corpo creasse una pur minima differenza, dimostrerebbe soltanto che tra noi non è accaduto l'amore."

OSHO

MAI NATO

MAI MORTO

HA SOLO VISITATO

QUESTO PIANETA TERRA

11.12.1931

19.01.1990

di Paolo Franceschetti

Vota:
Un brano tratto da La vita reale di Gurdjieff
Carlos Castaneda "Il Dialogo Interiore"

Related Posts

Commenti 8

 
Walter Comunello il Lunedì, 28 Maggio 2012 18:30

Sulla massoneria io ho letto tutt'altro, ma in fin dei conti era solo un racconto. Non ho mai conosciuto di persona né Osho né un massone.

Sulla massoneria io ho letto tutt'altro, ma in fin dei conti era solo un racconto. Non ho mai conosciuto di persona né Osho né un massone.
laura bartorelli il Lunedì, 28 Maggio 2012 19:04

e cosa hai letto sulla massoneria

e cosa hai letto sulla massoneria
laura bartorelli il Lunedì, 28 Maggio 2012 20:20

C'è una versione non ufficiale sulla morte di Osho è la seguente (un pò dura)
avevo letto una lunga lettera di un suo diretto discepolo che confermava la versione non ufficiale e molto altro ancora ma con Amore e infinita Gratitudine e senza mettere assolutamente in discussione l'immensa Energia e Consapevolezza del Maestro...in realtà avrei voluto pubblicare quella lettera, solo che non la trovo più in internet. L'autore deve averla rimossa per sempre...

versione non ufficiale in breve

"Negli ultimi anni di vita Rajneesh faceva uso di farmaci, principalmente Valium (diazepam), per alleviare i dolori. Prendeva il dosaggio massimo raccomandato di 60 mg al giorno. Inoltre inalava ossido di nitro (N2O) miscelato ad ossigeno puro (O2) che alleviavano l'asma e l'ipossia cerebrale, ma che non avevano effetti sulla qualità del suo giudizio. Ingenuo sulla potenza dei farmaci occidentali, e troppo fiducioso sulle proprie capacità di combattere i loro effetti potenzialmente negativi, Rajneesh rimase vittima della dipendenza. Ben presto seguirono rovina ed umiliazione. Gli sforzi per far ricadere la colpa del suo declino mentale ad un complotto per avvelenarlo ordito dal Governo degli Stati Uniti fu semplicemente un tentativo di nascondere la verità . Rajneesh era un uomo fisicamente malato che alla fine divent mentalmente corrotto. La sua dipendenza dai farmaci era un problema che nasceva in lui stesso, non un complotto del governo. Nel 1990 Rajneesh morì per arresto cardiaco. probabile che il declino che aveva vissuto durante la carcerazione negli Stati Uniti dipendesse da una combinazione di sintomi di astinenza da Valium e dall'aggravarsi della ME/CFS causato dallo stress e dall'esposizione agli allergeni. Non esiste prova scientificamente valida che suggerisca che sia stato avvelenato".

n.b. sul momento sono rimasta basita, come quando ho visitato il sito critico su Sathya Sai Baba, ma poi...ho Riflettuto (nel caso di Sai Baba mi sono occorsi anni di intensa Riflessione) e compreso...

C'è una versione non ufficiale sulla morte di Osho è la seguente (un pò dura) avevo letto una lunga lettera di un suo diretto discepolo che confermava la versione non ufficiale e molto altro ancora ma con Amore e infinita Gratitudine e senza mettere assolutamente in discussione l'immensa Energia e Consapevolezza del Maestro...in realtà avrei voluto pubblicare quella lettera, solo che non la trovo più in internet. L'autore deve averla rimossa per sempre... versione non ufficiale in breve "Negli ultimi anni di vita Rajneesh faceva uso di farmaci, principalmente Valium (diazepam), per alleviare i dolori. Prendeva il dosaggio massimo raccomandato di 60 mg al giorno. Inoltre inalava ossido di nitro (N2O) miscelato ad ossigeno puro (O2) che alleviavano l'asma e l'ipossia cerebrale, ma che non avevano effetti sulla qualità del suo giudizio. Ingenuo sulla potenza dei farmaci occidentali, e troppo fiducioso sulle proprie capacità di combattere i loro effetti potenzialmente negativi, Rajneesh rimase vittima della dipendenza. Ben presto seguirono rovina ed umiliazione. Gli sforzi per far ricadere la colpa del suo declino mentale ad un complotto per avvelenarlo ordito dal Governo degli Stati Uniti fu semplicemente un tentativo di nascondere la verità . Rajneesh era un uomo fisicamente malato che alla fine divent mentalmente corrotto. La sua dipendenza dai farmaci era un problema che nasceva in lui stesso, non un complotto del governo. Nel 1990 Rajneesh morì per arresto cardiaco. probabile che il declino che aveva vissuto durante la carcerazione negli Stati Uniti dipendesse da una combinazione di sintomi di astinenza da Valium e dall'aggravarsi della ME/CFS causato dallo stress e dall'esposizione agli allergeni. Non esiste prova scientificamente valida che suggerisca che sia stato avvelenato". n.b. sul momento sono rimasta basita, come quando ho visitato il sito critico su Sathya Sai Baba, ma poi...ho Riflettuto (nel caso di Sai Baba mi sono occorsi anni di intensa Riflessione) e compreso...
Walter Comunello il Lunedì, 28 Maggio 2012 20:54

"I fratelli maledetti"; di Roberto Gervaso.
Ho letto che la massoneria moderna è un'associazione che mira all'"evoluzione dell'umanità". Come lo facciano non ne ho idea, ma ho sentito anche che hanno dei segreti non tramandabili, un po' come l'insegnamento del Buddha, che possono essere appresi soltanto standoci direttamente dentro, immersi nell'ambiente.

Ora, dato che, secondo la loro stessa missione, il loro scopo sarebbe "aiutare l'umanità ad evolversi", in senso spirituale, mentale, ma anche scientifico e tecnologico, e se davvero Osho aveva più o meno lo stesso obiettivo, il fatto che i massoni odiassero Osho o che lo volessero morto (nella seconda metà del XX secolo, tempi moderni, che ritengo non "sporcati" da medievalismi come dogmi irrefutabili, soprattutto per una organizzazione così di larghe vedute come la massoneria, almeno sulla carta) mi sembra alquanto inverosimile. È vero comunque che in alcune epoche storiche la massoneria era entrata in periodi oscuri e violenti, confusionari e ottusi anche all'interno della stessa organizzazione. Le scomuniche del papa fioccavano; gli attriti tra la Chiesa e le logge erano frequenti e numerosi.

"Edificare il Tempio", così come dicono loro per me assomiglia, a istinto, alla ricerca della Pietra Filosofale degli alchimisti. In questa frase potrei dire che il loro scopo è mutato: dalla costruzione dell'edificio reale, materiale, in cui l'uomo risiede, all'edificazione della Casa dell'Uomo, ovvero la sua anima.

I Rosacroce poi sono (erano?) tra i più controversi. C'è chi dice che non fossero mai esistiti, che fossero solo il frutto di uno scherzo di un teologo tedesco del XVI secolo, nell'opuscolo "Le nozze chimiche di Christian Rosenkreuz" (altra allusione all'alchimia). Secondo altri erano solo un isolato gruppetto di persone che condividevano alcune idee scientifiche, filosofiche e filantropiche o che comunque si dedicavano a studi alchemici (ma guarda un po'), occultistici o mistici.

In ogni epoca, in ogni luogo della Terra, si trovano cose, eventi, fatti. Che siano veri o falsi, dipende da chi lo dice. Il fatto è la realtà; non appena passa attraverso un "filtro" umano diventa opinione. Io non posso sapere, a prescindere, se l'opinione che ho riportato corrisponda a realtà, poiché non sono stato là, in quel tempo, a vedere quella cosa o a prendere appunti per ricordarmela. Inoltre, anche se io fossi stato là e vi dicessi che cosa è successo, potreste credermi o non credermi, perché la non ci siete stati voi. Già il riportare le informazioni di altri, che riportano le informazioni di altri, che potrebbero non dire tutto o che potrebbero dire quello che va bene a loro, è un sistema terribilmente discutibile per poter essere definito "ricerca". Quindi, tra quello che ho letto e la realtà storica ci potrebbe essere un divario incolmabile. Per questo ho detto che "è solo un racconto".

Quindi, in fin della fiera, quello che ho scritto è solo "una cosa che ho letto".

"I fratelli maledetti"; di Roberto Gervaso. Ho letto che la massoneria moderna è un'associazione che mira all'"evoluzione dell'umanità". Come lo facciano non ne ho idea, ma ho sentito anche che hanno dei segreti non tramandabili, un po' come l'insegnamento del Buddha, che possono essere appresi soltanto standoci direttamente dentro, immersi nell'ambiente. Ora, dato che, secondo la loro stessa missione, il loro scopo sarebbe "aiutare l'umanità ad evolversi", in senso spirituale, mentale, ma anche scientifico e tecnologico, e se davvero Osho aveva più o meno lo stesso obiettivo, il fatto che i massoni odiassero Osho o che lo volessero morto (nella seconda metà del XX secolo, tempi moderni, che ritengo non "sporcati" da medievalismi come dogmi irrefutabili, soprattutto per una organizzazione così di larghe vedute come la massoneria, almeno sulla carta) mi sembra alquanto inverosimile. È vero comunque che in alcune epoche storiche la massoneria era entrata in periodi oscuri e violenti, confusionari e ottusi anche all'interno della stessa organizzazione. Le scomuniche del papa fioccavano; gli attriti tra la Chiesa e le logge erano frequenti e numerosi. "Edificare il Tempio", così come dicono loro per me assomiglia, a istinto, alla ricerca della Pietra Filosofale degli alchimisti. In questa frase potrei dire che il loro scopo è mutato: dalla costruzione dell'edificio reale, materiale, in cui l'uomo risiede, all'edificazione della Casa dell'Uomo, ovvero la sua anima. I Rosacroce poi sono (erano?) tra i più controversi. C'è chi dice che non fossero mai esistiti, che fossero solo il frutto di uno scherzo di un teologo tedesco del XVI secolo, nell'opuscolo "Le nozze chimiche di Christian Rosenkreuz" (altra allusione all'alchimia). Secondo altri erano solo un isolato gruppetto di persone che condividevano alcune idee scientifiche, filosofiche e filantropiche o che comunque si dedicavano a studi alchemici (ma guarda un po'), occultistici o mistici. In ogni epoca, in ogni luogo della Terra, si trovano cose, eventi, fatti. Che siano veri o falsi, dipende da chi lo dice. Il fatto è la realtà; non appena passa attraverso un "filtro" umano diventa opinione. Io non posso sapere, a prescindere, se l'opinione che ho riportato corrisponda a realtà, poiché non sono stato là, in quel tempo, a vedere quella cosa o a prendere appunti per ricordarmela. Inoltre, anche se io fossi stato là e vi dicessi che cosa è successo, potreste credermi o non credermi, perché la non ci siete stati voi. Già il riportare le informazioni di altri, che riportano le informazioni di altri, che potrebbero non dire tutto o che potrebbero dire quello che va bene a loro, è un sistema terribilmente discutibile per poter essere definito "ricerca". Quindi, tra quello che ho letto e la realtà storica ci potrebbe essere un divario incolmabile. Per questo ho detto che "è solo un racconto". Quindi, in fin della fiera, quello che ho scritto è solo "una cosa che ho letto".
Giuseppe Belcastro il Lunedì, 28 Maggio 2012 22:38

in generale credo che, così come socrate, Giordano bruno, Ghandi,ecc. rischi la vita chiunque, essendosi liberato, provi a liberare anche gli altri. proprio come nel mito della caverna

in generale credo che, così come socrate, Giordano bruno, Ghandi,ecc. rischi la vita chiunque, essendosi liberato, provi a liberare anche gli altri. proprio come nel mito della caverna
laura bartorelli il Martedì, 29 Maggio 2012 07:36

Guarda Walter se mi metto a scrivere diventa lunghissima e non ce la posso fare.
Tu intendi questa massoneria
http://it.wikipedia.org/wiki/Massoneria

ma devi assolutamente informarti su questa (è importante)
c'è veramente tanto da sapere
http://ilcorsivoquotidiano.net/2011/11/14/massoni-italiani-mario-monti-massoneria/
http://www.disinformazione.it/massoniesinistra.htm
http://laltrafacciadellamedaglia.blogspot.it/2007/06/questo-blog-ha-sempre-sostenuto.html

ti consiglio di leggere
http://www.macrolibrarsi.it/speciali/anteprima-della-nuova-edizione-il-club-bilderberg-libro-di-daniel-estulin.php

ovviamente ci sono molti altri siti dai quali puoi attingere notevoli informazioni approfondendo sempre di più...

Guarda Walter se mi metto a scrivere diventa lunghissima e non ce la posso fare. Tu intendi questa massoneria http://it.wikipedia.org/wiki/Massoneria ma devi assolutamente informarti su questa (è importante) c'è veramente tanto da sapere http://ilcorsivoquotidiano.net/2011/11/14/massoni-italiani-mario-monti-massoneria/ http://www.disinformazione.it/massoniesinistra.htm http://laltrafacciadellamedaglia.blogspot.it/2007/06/questo-blog-ha-sempre-sostenuto.html ti consiglio di leggere http://www.macrolibrarsi.it/speciali/anteprima-della-nuova-edizione-il-club-bilderberg-libro-di-daniel-estulin.php ovviamente ci sono molti altri siti dai quali puoi attingere notevoli informazioni approfondendo sempre di più...
laura bartorelli il Martedì, 29 Maggio 2012 07:39
aggiungo http://www.loggiap2.com/la_massoneria_dietro_berlusconi http://www.uonna.it/p2elenchi.htm
laura bartorelli il Martedì, 29 Maggio 2012 10:35

Per "conoscere" meglio Osho (il guru liberal)

Tratto dal libro:
Fabrizio Ponzetta, L’esoterismo nella cultura di destra, l’esoterismo nella cultura di sinistra.

Anche qui, come per Gurdjieff, trattando di questo singolare quanto controverso personaggio storico, dobbiamo premettere una certa trasversalità di vedute che lo caratterizzano e, nonostante debba considerarsi il prototipo del guru che la Nuova sinistra adottò (abbiamo già citato nei precedenti capitoli l’adesione al suo movimento spirituale di personaggi come Rostagno e Valcarenghi, solo per rimanere in Italia), egli, come si da’ qui l’opportunità di constatare, fu davvero un personaggio dalle molte vite e difficilmente etichettabile.
Mohan Chandra (il suo vero nome) nacque nel dicembre del 1931 in un piccolo villaggio indiano, come dodicesimo figlio di un mercante di stoffe di religione giainista. Come viene testimoniato sia da lui stesso (e quindi dalle biografie dei discepoli) sia da ricostruzioni biografiche anche critiche, fu un bambino molto particolare. Andato a vivere con i nonni materni, che nutrirono per lui un amore sconsiderato, tale da lasciargli una insolita libertà per un infante, a soli sette anni subì la perdita dell’amato nonno. Osservando morire il nonno, si chiese cosa c’era dietro la vita e la morte, e per rispondersi frequentò con una inquietante assiduità tutte le cerimonie funebri del villaggio. Il suo atteggiamento fu anticonformista fin da bambino: vestiva da mussulmano pur non essendo mussulmano, sfidava apertamente l’autorità del padre, dei religiosi e degli insegnanti di scuola. Da giovane venne soprannominato Rajneesh, ovvero “il signore della luna piena” per via del suo vivere più di notte che di giorno. All’università studiò filosofia e, secondo i suoi ricordi e quindi secondo i discepoli, divenne professore all’università di Jabalpur. Secondo altre fonti invece, ad esempio la biografia che scrisse di lui un ex discepolo che fu per anni la sua guardia del corpo(1), non fu mai professore ma solo un semplice lettore. Sicuramente la biografia di Rajneesh sconfina nel mito: è da poco uscito un libro curato dai discepoli che ricostruisce, attraverso alcuni passi autobiografici tratti da vari libri del maestro, la storia della sua vita(2). Per inciso, Rajneesh non scrisse mai dei veri e propri libri ma tenne una enorme quantità di discorsi poi trascritti dai discepoli; questi discorsi non furono solo pubblici: tre dei suoi libri più marcatamente autobiografici furono trascritti mentre il maestro era sotto l’effetto di un gas esilarante, durante una seduta dentistica(3).
Ciò che, pur sconfinando nel mito, è certo è che il giovane Rajneesh fu un ateo feroce, perfino marxista. Fu anche un fermo oppositore di Gandhi e un abile oratore che ad un certo punto, sconvolgendo la sua cerchia di conoscenti, iniziò a girare per l’India, sotto le vesti di conferenziere religioso.
“In gioventù ero conosciuto all’università come un ateo, un miscredente, un avversario di tutti i sistemi morali. Quella era la mia posizione e lo è ancora. Non mi sono spostato nemmeno di un millimetro; la mia posizione è esattamente la stessa. Ma essere conosciuto come un ateo, un irreligioso e un amorale divenne un problema. Comunicare con la gente era difficile; stabilire qualsiasi tipo di relazione con le persone era praticamente impossibile. […] Per me non era un problema e non avrei cambiato atteggiamento; ma mi accorsi che diventava impossibile condividere e diffondere la mia esperienza […]. Io discutevo in continuazione, agli angoli di strada, all’università, in un qualsiasi bar o tabaccheria… con chiunque mi capitasse a tiro. Martellavo la religione e cercavo di ripulire completamente le persone da tutte queste sciocchezze. Ma il risultato finale fu che divenni un isola; nessuno volle più parlarmi […] dovetti cambiare strategia […] la gente interessata alla verità era coinvolta nelle religioni […] costoro erano le persone che sarebbero state realmente interessate a conoscere a viaggiare con me in spazi ignoti […] uomini non coinvolti nelle religioni erano interessati solo alle sciocchezze della vita. […] Mi ci vollero alcuni anni per cambiare l’immagine che la gente aveva di me. Ma le persone ascoltano solo le parole, non comprendono i significati. La gente capisce solo ciò che dici, non ciò che è trasmesso al di la delle parole. Quindi usavo le loro armi contro loro stessi! Ho commentato i testi religiosi dando loro un significato totalmente mio” (4).
Con spirito teosofico, nel senso di comparatore di religioni, Rajneesh diventò un famoso conferenziere itinerante ed assunse il nome di Acharya (insegnante); durante un suo incontro pubblico conobbe una giovane e ricca donna indiana che si innamorò di lui e lo seguì diventando la sua manager e la sua segretaria. Ad un certo punto, pare per scherzo, questa donna e alcuni suoi discepoli si vestirono di arancione come a dire di essere dei sannyasin (asceti indiani); Rajneesh portò lo scherzo al punto di iniziarli ad un neo-sannyas che non comprendeva rinunce materiali, ma solo la rinuncia al proprio vecchio Ego. In vista di ciò, cambiò anche i loro nomi con dei nomi iniziatici (la sua segretaria ad esempio divenne Laxmi) e annunciò di essere pronto ad iniziare altri discepoli, cambiando il suo nome da Acharya a Bhagwan.

Sul significato del nome Bhagwan sono state scritte parecchie stupidaggini; le più ricorrenti sono queste due: Bhagwan significa Dio, Bhagwan significa “il maestro della vagina”. In realtà, Bhagwan assume diversi significati in India a seconda che a usarlo siano i buddisti ed i giainisti, che notoriamente sono atei, o gli hindù che notoriamente credono in Dio. Nel primo caso, Bhagwan è un appellativo rispettoso per rivolgersi al Maestro illuminato, nel secondo caso significa “il creatore”. La libera traduzione di Bhagwan come “il maestro della vagina” nasce a causa della fama che Rajneesh si fece come guru del sesso, in quanto, alla fine degli anni sessanta, iniziò a tenere cicli di conferenze sulla sessualità tantrica, e negli anni settanta si informò, e formò i discepoli, sempre di più sulla psicologia neo-reichana, attirando molti occidentali; ciò premesso, bisogna però anche dire che la radice di Bhagwan in sanscrito è “Bhag”, che vuol dire “vagina” in quanto “il creatore” è la vagina che crea l’universo: “la vagina cosmica”.
“I critici che hanno scritto contro di me hanno sempre obbiettato che io sono un Bhagwan “autoproclamatosi tale”. E mi sono sempre chiesto: conoscono qualcuno - Rama, Krishna, il Buddha, Maometto - che sia stato proclamato da qualcun altro?” (5).

Siamo nei primi anni settanta e Bhagwan Shree Rajneesh, dunque, smette di essere un conferenziere itinerante e si ritira, solo a disposizione dei discepoli, in lussuoso appartamento di Bombay, a Woodlands, pagato dal proprietario di un biscottificio, suo discepolo e amico di Laxmi. Qui arrivano i primi visitatori occidentali, quasi subito iniziati dal guru al suo neo-sannyas, spesso con artifici millenaristi che, pur non essendo espliciti su una imminente fine del mondo e riguardando ambiguamente la sfera personale, suonavano più o meno così: “Non c’è tempo da perdere”. E molti giovani occidentali, effettivamente, non persero tempo ad indossare vesti di color arancione e mala buddisti appesi al collo con la foto del maestro. La foto del maestro al collo, oltre ad essere, per ammissione di Rajnesh stesso, un ottimo strumento di propaganda, aveva un significato esoterico di protezione (cfr. Osho, Io sono la soglia, Mediterranee 1989). Per Hugh Milne, invece, suo discepolo deluso e sua ex guardia del corpo, l’idea della foto era stata presa da una discepola americana di Rajneesh che a sua volta aveva dei discepoli sotto di sé che portavano la foto della maestra al collo. I preziosi mala che i primi discepoli occidentali di Rajneesh esibivano con orgoglio mistico nei loro ritorni in occidente furono comprati in stock al Crawford market di Bombay, anni prima da Laxmi, la segretaria di Rajneesh (cfr. H. Milne, Bhagwan il Dio che fallì, Caliban Books 1987).
Nel 1974 il numero di discepoli occidentali supera quello dei discepoli indiani; proporzionalmente, anche le finanze della Rajneesh Foundation crescono e Bhagwan si trasferisce a Poona in un ashram ricavato da un’ex tenuta coloniale. Qui i discepoli possono praticare le meditazioni messe a punto dal maestro per far loro ottenere il risveglio ed un certo equilibrio psico-fisico. Con saggezza, Rajneesh unisce tecniche yoga a esercizi di bioenergetica, crea delle meditazioni dinamiche, che comprendono la danza e la catarsi, veri e propri psicodrammi collettivi, nuovi rituali al contempo dionisiaci e apollinei che affascinano i giovani hippy. Le meditazioni di Rajneesh verranno poi musicate da un famoso compositore tedesco, Deuter, che diventerà suo discepolo.
A Poona Rajneesh parla due volte al giorno, alle otto di mattina e alle otto di sera, e decine e decine di libri con le trascrizioni dei suoi discorsi invadono il mercato editoriale. Suoi “ambasciatori” aprono centri di meditazione in tutto il mondo ed attirano vagabondi, intellettuali e persino principi, come Wilf di Hannover, cugino di Carlo, il principe di Galles. Il principe di Hannover era giunto all’ashram con moglie (tutt’ora sannyasin, anzi leadergroup di gruppi di terapia su famiglia e relazioni - chi scrive l’ha conosciuta personalmente in una comune neo-sannyasin toscana dove tuttora, con regolarità, svolge la sua attività) e figlia ed era diventato un residente ed un samurai, ovvero una delle guardie del corpo capitanate dal già citato Hugh Milne. A Poona divenne noto, oltre che per i suoi titoli nobiliari, per aver sventato un attentato mosso da un integralista musulmano contro Rajneesh, e, più tristemente, per essere morto di ictus nell’ashram del maestro. In proposito sorsero anche delle polemiche che qui non è comunque il caso di citare.
L’attentato a Rajneesh e vari problemi con l’ufficio delle tasse che sospettava che la Fondazione Rajneesh non fosse senza scopo di lucro e stava per emettere un mandato di cattura, fecero partire Bhagwan di domenica per gli Stati Uniti d’America, ufficialmente per operarsi alla schiena, generando il mito del “maestro che scappa con la cassa”. Siamo nel 1981, all’inizio dell' avventura americana di Rajneesh, che segnerà la sua parabola discendente. Affidatosi ad una nuova segretaria, tale Sheela, che in America aveva dei “buoni contatti”, Bhagwan compì o subì una serie di scelte che lo portarono a fondare una comune utopica in Oregon, in un vastissimo ranch. Il sogno degenerò presto in “incubo fascista”, come dichiarò successivamente Rajneesh, e la vicenda è alquanto complessa ed anche ardua da analizzare, in quanto le uniche fonti disponibili sono da una parte la stampa scandalistica, che sprecò fiumi di inchiostro sulla setta degli arancioni negli anni ottanta, e dall’altra i tentativi dei discepoli di Osho di ridimensionare i “fattacci americani” deresponsabilizzando o martirizzando (alle volte, bisogna dire, con credibili prove alla mano) il loro maestro. Quindi, senza pretendere di essere risolutivi, gettiamo un rapido sguardo sui fatti.
Rajneeshpuram, il nome della comune americana, nacque nel 1981, in un territorio scelto dall’allora segretaria di Rajneesh, mentre il maestro aveva messo gli occhi su una ex base militare di New York. In questo periodo, Rajneesh smette di tenere discorsi quotidiani ai discepoli e Sheela diventa il suo “pontefice”. Con buona pace di quanti lo negano e lo rinnegano, dal 1981 in poi nasce il “rajneeshismo”, una vera e propria religione con tanto di nome, libretto sacro e indicazioni (cfr. i numeri della rivista Rajneesh pubblicati in Italia nei primi anni ottanta da Libreria editrice Psiche). La religione, possiamo prenderne atto, forse serviva a far dare la cittadinanza americana a Rajneesh in quanto “insegnante religioso”, ma le autorità americane, con un eccesso di zelo, che può ricordare certe barzellette italiane sui carabinieri, negarono la cittadinanza motivando che Rajneesh non era un insegnante in quanto aveva pubblicamente annunciato il suo silenzio, ovvero, come scritto più sopra, non teneva più discorsi pubblici con i discepoli. Le battaglie con le autorità americane furono dapprima legali, ma i sannyasin avevano torto dall’inizio, in quanto l’area comprata, nonostante fosse di duemilacinquecento ettari, era adibita ad abitazione per solo dieci persone e non alle centinaia di effettivi residenti che durante le celebrazioni annuali si sommavano alle migliaia di ospiti.
Secondo i discepoli di Rajneesh, Rajneeshpuram fu una città modello ad ecologia globale guardata male dal potere perché sfidava il mito dei pionieri americani. Sull’ecologia praticata nel ranch Hugh Milne getta seri dubbi, ed effettivamente, a prescindere dalle dichiarazioni di principio, è difficile credere che in una situazione simile, fra una natura difficile da domare e fra spese enormi da sostenere, come quelle legali, o quelle dovute ai lussi sfrenati ostentati da Bhagwan ed un vero e proprio mini esercito di guardie armate, l’ecologia fosse prioritaria. Anche la strepitosa collezione di Rolls Royce di Rajneesh provocò nell’opinione pubblica americana un certo fastidio ed ovviamente lo gnosticismo predicato da questo guru indiano in odore di sesso libero non era ben visto dall’America profonda incline al fondamentalismo e ringalluzzita dalla presidenza Reagan.
Ma bisogna dire che l’intervento delle autorità americane, che portò allo smantellamento della comune e all’arresto di Rajneesh (1985), avvenne dopo una serie di violazioni evidenti, che qui non tratteremo per non dilungarci. Ci basti dire che, infine, vennero alla luce anche tentati omicidi e altre nefandezze. Effettivamente la responsabilità di tali nefandezze fu da attribuirsi alla segretaria di Rajneesh, ma la responsabilità morale del maestro mise a dura prova i discepoli, molti dei quali avevano venduto i loro beni per assicurarsi una povera e spartana sistemazione a Rajneeshpuram. La storia prosegue poi con il processo a Rajneesh e le varie leggende sulla perfidia ora degli inquisitori, ora del guru ciarlatano.
Interessante e sintomatico di una reale persecuzione è, invece, il giro del mondo che Rajneesh dovette compiere dopo l’espulsione dagli Stati Uniti. Praticamente tutti i paesi dell’occidente democratico o negarono un visto d’ingresso a Rajneesh o non lo fecero neanche atterrare per rifornire di carburante il suo aereo o lo fecero atterrare e dopo qualche giorno di permanenza lo scacciarono, a volte senza che lui uscisse semplicemente dalla stanza in cui era ospitato. Questo scandaloso delirio illiberale durò per otto mesi a causa dei governi di ventuno paesi, quasi certamente influenzati da Ronald Reagan. In Italia, il Valcarenghi politico si risveglia in proposito da un letargo spirituale, coinvolge l’Istituto Reich di Torino e il Partito Radicale che, con spirito liberale, si mobilita indignato dinnanzi al rifiuto del visto. Decine di intellettuali prestigiosi, da Fellini a Gaber, firmano una petizione, ma una cortina di silenzio cala fra gli scioperi della fame di Valcarenghi e le urla di Pannella; ai sostenitori viene addirittura rifiutato l’acquisto di una pagina a pagamento su Il corriere della sera o su Repubblica (cfr. M. Valcarenghi, I. Porta, Operazione Socrate, Tranchida 1995). In seguito, il visto verrà poi rilasciato, ma con gravi restrizioni che scateneranno altre polemiche, mentre Rajneesh si era ormai rassegnato a tornare in India e a rimanerci.
In India il ritorno è a Poona, nel vecchio ashram, dove Rajneesh, che nel frattempo ha dispensato i discepoli dall’obbligo di vestirsi d’arancio e di portare la sua foto al collo (come biasimarlo!?), cambia ancora nome, questa volta in Osho, e riforma il suo movimento partendo da premesse quali “un network di meditatori”; niente più comuni ed utopie, infine, ma solo centri dove rilassarsi e scoprire se stessi, delle beauty farm dello spirito dove si intensificano e si “trasformano” i gruppi di incontro: i gruppi degli anni settanta usati fra neo-sannyasin per superare i problemi della vita comunitaria diventano, nella loro versione anni ottanta, più soft (non erano rare negli anni settanta catarsi “bioenergetiche” dove ci si picchiava realmente generando ossa rotte, oppure gruppi in nudità dove l’orgia diventava il felice epilogo del week end), aperti agli “esterni” e con vaste scelte di terapie alternative mutuate dal crescente “mercato” new age.
Verso la fine della sua vita, Osho (morirà nel 1990) lascia traccia di sé in discorsi sempre più improntati sullo zen. Per inciso, la sua morte sarà poi denunciata, con una serie di prove e qualche interrogazione parlamentare negli Stati Uniti (di deputati democratici), come epilogo di un lento avvelenamento subìto da Rajneesh nelle carceri americane (cfr. M. Valcarenghi, I. Porta, op. cit. ).
Indubbiamente, Rajneesh si colloca nel nostro studio come un personaggio antitradizionalista, un libertario, un anarchico spirituale. Ma queste definizioni sono assai riduttive; egli sicuramente emulò Krishnamurti nella sua feroce opposizione alle organizzazioni religiose, ma andò oltre: ne fondò una tutta sua. Più che un crowleiano “fa ciò che vuoi”, Rajneesh ai discepoli affascinati dalla libertà ripeteva paradossalmente un “fa ciò che voglio”. Definendosi come un essere vuoto e senza ego invitava i discepoli a diventare tali nella fiducia che l’esistenza li avrebbe inondati di benedizioni. Diventare canne di bambù vuote in cui Bhagwan si sarebbe espanso nel mondo era un singolare esperimento di meditazione che i sannyasin di tutto il mondo furono esortati a praticare nei primi anni ottanta. Tuttavia, dare del ciarlatano e dell’approfittatore a Rajneesh è semplice quanto fuorviante; il contesto in cui quest’uomo va inquadrato, semmai, è quello di un maestro zen, slegato dalla tradizione e dai lignaggi tradizionali, e proprio per questo, paradossalmente, genuinamente più zen. Come ebbe a dire una volta commentando i Dieci tori zen, egli era arrivato al decimo toro, quello che va oltre il silenzio e la pace della meditazione, quello in cui si torna sulla piazza del mercato, fra polvere e briganti.
Fu un guru liberal, nel senso che pose l’accento sull’accettazione: omosessualità, droga, sesso libero, tutto andava bene per lui, a patto però che tutto fosse vissuto con un distacco interiore. La sua visione, già ritrovabile in alcune sette gnostiche così come nel tantrismo, è sintetizzabile nella sua definizione di uomo nuovo: “Zorba il Buddha”. Zorba deriva dal noto romanzo Zorba il greco, in cui il protagonista godeva della vita, del vino e del sesso senza inibizioni; e Buddha ovviamente fa riferimento all’ascetico principe indiano. Per Rajneesh, queste due dimensioni opposte dovevano essere integrate, nell'individuo come nel mondo (egli vedeva l’occidente come Zorba e Buddha come l’oriente). A proposito dell’amore per una “vita terrena” va ricordata la passione che Rajneesh nutriva per lo Zarathustra di Nietzsche e per il suo valore superstite alla morte di Dio, la “fedeltà alla terra”. Ma qui si entra già nel dominio del prossimo capitolo riguardante il rapporto fra sciamanesimo, neopaganesimo ed ecologia.

Note:
1. Hulg Milne, Bhagwan il Dio che fallì, Caliban Books 1987.
2. Osho, Una vertigine chiamata vita, Arnoldo Mondadori editore 2003.
3. Trattasi di Bagliori di un’infanzia dorata, I libri che ho amato e Appunti di un folle; il primo edito in Italia dalle edizioni Mediterranee e gli altri due dalla New Service Corporation, la casa editrice italiana che cura i diritti della Osho Foundation.
4. Osho, Una vertigine chiamata vita, op. cit.
5. Ibidem.

Per "conoscere" meglio Osho (il guru liberal) Tratto dal libro: Fabrizio Ponzetta, L’esoterismo nella cultura di destra, l’esoterismo nella cultura di sinistra. Anche qui, come per Gurdjieff, trattando di questo singolare quanto controverso personaggio storico, dobbiamo premettere una certa trasversalità di vedute che lo caratterizzano e, nonostante debba considerarsi il prototipo del guru che la Nuova sinistra adottò (abbiamo già citato nei precedenti capitoli l’adesione al suo movimento spirituale di personaggi come Rostagno e Valcarenghi, solo per rimanere in Italia), egli, come si da’ qui l’opportunità di constatare, fu davvero un personaggio dalle molte vite e difficilmente etichettabile. Mohan Chandra (il suo vero nome) nacque nel dicembre del 1931 in un piccolo villaggio indiano, come dodicesimo figlio di un mercante di stoffe di religione giainista. Come viene testimoniato sia da lui stesso (e quindi dalle biografie dei discepoli) sia da ricostruzioni biografiche anche critiche, fu un bambino molto particolare. Andato a vivere con i nonni materni, che nutrirono per lui un amore sconsiderato, tale da lasciargli una insolita libertà per un infante, a soli sette anni subì la perdita dell’amato nonno. Osservando morire il nonno, si chiese cosa c’era dietro la vita e la morte, e per rispondersi frequentò con una inquietante assiduità tutte le cerimonie funebri del villaggio. Il suo atteggiamento fu anticonformista fin da bambino: vestiva da mussulmano pur non essendo mussulmano, sfidava apertamente l’autorità del padre, dei religiosi e degli insegnanti di scuola. Da giovane venne soprannominato Rajneesh, ovvero “il signore della luna piena” per via del suo vivere più di notte che di giorno. All’università studiò filosofia e, secondo i suoi ricordi e quindi secondo i discepoli, divenne professore all’università di Jabalpur. Secondo altre fonti invece, ad esempio la biografia che scrisse di lui un ex discepolo che fu per anni la sua guardia del corpo(1), non fu mai professore ma solo un semplice lettore. Sicuramente la biografia di Rajneesh sconfina nel mito: è da poco uscito un libro curato dai discepoli che ricostruisce, attraverso alcuni passi autobiografici tratti da vari libri del maestro, la storia della sua vita(2). Per inciso, Rajneesh non scrisse mai dei veri e propri libri ma tenne una enorme quantità di discorsi poi trascritti dai discepoli; questi discorsi non furono solo pubblici: tre dei suoi libri più marcatamente autobiografici furono trascritti mentre il maestro era sotto l’effetto di un gas esilarante, durante una seduta dentistica(3). Ciò che, pur sconfinando nel mito, è certo è che il giovane Rajneesh fu un ateo feroce, perfino marxista. Fu anche un fermo oppositore di Gandhi e un abile oratore che ad un certo punto, sconvolgendo la sua cerchia di conoscenti, iniziò a girare per l’India, sotto le vesti di conferenziere religioso. “In gioventù ero conosciuto all’università come un ateo, un miscredente, un avversario di tutti i sistemi morali. Quella era la mia posizione e lo è ancora. Non mi sono spostato nemmeno di un millimetro; la mia posizione è esattamente la stessa. Ma essere conosciuto come un ateo, un irreligioso e un amorale divenne un problema. Comunicare con la gente era difficile; stabilire qualsiasi tipo di relazione con le persone era praticamente impossibile. […] Per me non era un problema e non avrei cambiato atteggiamento; ma mi accorsi che diventava impossibile condividere e diffondere la mia esperienza […]. Io discutevo in continuazione, agli angoli di strada, all’università, in un qualsiasi bar o tabaccheria… con chiunque mi capitasse a tiro. Martellavo la religione e cercavo di ripulire completamente le persone da tutte queste sciocchezze. Ma il risultato finale fu che divenni un isola; nessuno volle più parlarmi […] dovetti cambiare strategia […] la gente interessata alla verità era coinvolta nelle religioni […] costoro erano le persone che sarebbero state realmente interessate a conoscere a viaggiare con me in spazi ignoti […] uomini non coinvolti nelle religioni erano interessati solo alle sciocchezze della vita. […] Mi ci vollero alcuni anni per cambiare l’immagine che la gente aveva di me. Ma le persone ascoltano solo le parole, non comprendono i significati. La gente capisce solo ciò che dici, non ciò che è trasmesso al di la delle parole. Quindi usavo le loro armi contro loro stessi! Ho commentato i testi religiosi dando loro un significato totalmente mio” (4). Con spirito teosofico, nel senso di comparatore di religioni, Rajneesh diventò un famoso conferenziere itinerante ed assunse il nome di Acharya (insegnante); durante un suo incontro pubblico conobbe una giovane e ricca donna indiana che si innamorò di lui e lo seguì diventando la sua manager e la sua segretaria. Ad un certo punto, pare per scherzo, questa donna e alcuni suoi discepoli si vestirono di arancione come a dire di essere dei sannyasin (asceti indiani); Rajneesh portò lo scherzo al punto di iniziarli ad un neo-sannyas che non comprendeva rinunce materiali, ma solo la rinuncia al proprio vecchio Ego. In vista di ciò, cambiò anche i loro nomi con dei nomi iniziatici (la sua segretaria ad esempio divenne Laxmi) e annunciò di essere pronto ad iniziare altri discepoli, cambiando il suo nome da Acharya a Bhagwan. Sul significato del nome Bhagwan sono state scritte parecchie stupidaggini; le più ricorrenti sono queste due: Bhagwan significa Dio, Bhagwan significa “il maestro della vagina”. In realtà, Bhagwan assume diversi significati in India a seconda che a usarlo siano i buddisti ed i giainisti, che notoriamente sono atei, o gli hindù che notoriamente credono in Dio. Nel primo caso, Bhagwan è un appellativo rispettoso per rivolgersi al Maestro illuminato, nel secondo caso significa “il creatore”. La libera traduzione di Bhagwan come “il maestro della vagina” nasce a causa della fama che Rajneesh si fece come guru del sesso, in quanto, alla fine degli anni sessanta, iniziò a tenere cicli di conferenze sulla sessualità tantrica, e negli anni settanta si informò, e formò i discepoli, sempre di più sulla psicologia neo-reichana, attirando molti occidentali; ciò premesso, bisogna però anche dire che la radice di Bhagwan in sanscrito è “Bhag”, che vuol dire “vagina” in quanto “il creatore” è la vagina che crea l’universo: “la vagina cosmica”. “I critici che hanno scritto contro di me hanno sempre obbiettato che io sono un Bhagwan “autoproclamatosi tale”. E mi sono sempre chiesto: conoscono qualcuno - Rama, Krishna, il Buddha, Maometto - che sia stato proclamato da qualcun altro?” (5). Siamo nei primi anni settanta e Bhagwan Shree Rajneesh, dunque, smette di essere un conferenziere itinerante e si ritira, solo a disposizione dei discepoli, in lussuoso appartamento di Bombay, a Woodlands, pagato dal proprietario di un biscottificio, suo discepolo e amico di Laxmi. Qui arrivano i primi visitatori occidentali, quasi subito iniziati dal guru al suo neo-sannyas, spesso con artifici millenaristi che, pur non essendo espliciti su una imminente fine del mondo e riguardando ambiguamente la sfera personale, suonavano più o meno così: “Non c’è tempo da perdere”. E molti giovani occidentali, effettivamente, non persero tempo ad indossare vesti di color arancione e mala buddisti appesi al collo con la foto del maestro. La foto del maestro al collo, oltre ad essere, per ammissione di Rajnesh stesso, un ottimo strumento di propaganda, aveva un significato esoterico di protezione (cfr. Osho, Io sono la soglia, Mediterranee 1989). Per Hugh Milne, invece, suo discepolo deluso e sua ex guardia del corpo, l’idea della foto era stata presa da una discepola americana di Rajneesh che a sua volta aveva dei discepoli sotto di sé che portavano la foto della maestra al collo. I preziosi mala che i primi discepoli occidentali di Rajneesh esibivano con orgoglio mistico nei loro ritorni in occidente furono comprati in stock al Crawford market di Bombay, anni prima da Laxmi, la segretaria di Rajneesh (cfr. H. Milne, Bhagwan il Dio che fallì, Caliban Books 1987). Nel 1974 il numero di discepoli occidentali supera quello dei discepoli indiani; proporzionalmente, anche le finanze della Rajneesh Foundation crescono e Bhagwan si trasferisce a Poona in un ashram ricavato da un’ex tenuta coloniale. Qui i discepoli possono praticare le meditazioni messe a punto dal maestro per far loro ottenere il risveglio ed un certo equilibrio psico-fisico. Con saggezza, Rajneesh unisce tecniche yoga a esercizi di bioenergetica, crea delle meditazioni dinamiche, che comprendono la danza e la catarsi, veri e propri psicodrammi collettivi, nuovi rituali al contempo dionisiaci e apollinei che affascinano i giovani hippy. Le meditazioni di Rajneesh verranno poi musicate da un famoso compositore tedesco, Deuter, che diventerà suo discepolo. A Poona Rajneesh parla due volte al giorno, alle otto di mattina e alle otto di sera, e decine e decine di libri con le trascrizioni dei suoi discorsi invadono il mercato editoriale. Suoi “ambasciatori” aprono centri di meditazione in tutto il mondo ed attirano vagabondi, intellettuali e persino principi, come Wilf di Hannover, cugino di Carlo, il principe di Galles. Il principe di Hannover era giunto all’ashram con moglie (tutt’ora sannyasin, anzi leadergroup di gruppi di terapia su famiglia e relazioni - chi scrive l’ha conosciuta personalmente in una comune neo-sannyasin toscana dove tuttora, con regolarità, svolge la sua attività) e figlia ed era diventato un residente ed un samurai, ovvero una delle guardie del corpo capitanate dal già citato Hugh Milne. A Poona divenne noto, oltre che per i suoi titoli nobiliari, per aver sventato un attentato mosso da un integralista musulmano contro Rajneesh, e, più tristemente, per essere morto di ictus nell’ashram del maestro. In proposito sorsero anche delle polemiche che qui non è comunque il caso di citare. L’attentato a Rajneesh e vari problemi con l’ufficio delle tasse che sospettava che la Fondazione Rajneesh non fosse senza scopo di lucro e stava per emettere un mandato di cattura, fecero partire Bhagwan di domenica per gli Stati Uniti d’America, ufficialmente per operarsi alla schiena, generando il mito del “maestro che scappa con la cassa”. Siamo nel 1981, all’inizio dell' avventura americana di Rajneesh, che segnerà la sua parabola discendente. Affidatosi ad una nuova segretaria, tale Sheela, che in America aveva dei “buoni contatti”, Bhagwan compì o subì una serie di scelte che lo portarono a fondare una comune utopica in Oregon, in un vastissimo ranch. Il sogno degenerò presto in “incubo fascista”, come dichiarò successivamente Rajneesh, e la vicenda è alquanto complessa ed anche ardua da analizzare, in quanto le uniche fonti disponibili sono da una parte la stampa scandalistica, che sprecò fiumi di inchiostro sulla setta degli arancioni negli anni ottanta, e dall’altra i tentativi dei discepoli di Osho di ridimensionare i “fattacci americani” deresponsabilizzando o martirizzando (alle volte, bisogna dire, con credibili prove alla mano) il loro maestro. Quindi, senza pretendere di essere risolutivi, gettiamo un rapido sguardo sui fatti. Rajneeshpuram, il nome della comune americana, nacque nel 1981, in un territorio scelto dall’allora segretaria di Rajneesh, mentre il maestro aveva messo gli occhi su una ex base militare di New York. In questo periodo, Rajneesh smette di tenere discorsi quotidiani ai discepoli e Sheela diventa il suo “pontefice”. Con buona pace di quanti lo negano e lo rinnegano, dal 1981 in poi nasce il “rajneeshismo”, una vera e propria religione con tanto di nome, libretto sacro e indicazioni (cfr. i numeri della rivista Rajneesh pubblicati in Italia nei primi anni ottanta da Libreria editrice Psiche). La religione, possiamo prenderne atto, forse serviva a far dare la cittadinanza americana a Rajneesh in quanto “insegnante religioso”, ma le autorità americane, con un eccesso di zelo, che può ricordare certe barzellette italiane sui carabinieri, negarono la cittadinanza motivando che Rajneesh non era un insegnante in quanto aveva pubblicamente annunciato il suo silenzio, ovvero, come scritto più sopra, non teneva più discorsi pubblici con i discepoli. Le battaglie con le autorità americane furono dapprima legali, ma i sannyasin avevano torto dall’inizio, in quanto l’area comprata, nonostante fosse di duemilacinquecento ettari, era adibita ad abitazione per solo dieci persone e non alle centinaia di effettivi residenti che durante le celebrazioni annuali si sommavano alle migliaia di ospiti. Secondo i discepoli di Rajneesh, Rajneeshpuram fu una città modello ad ecologia globale guardata male dal potere perché sfidava il mito dei pionieri americani. Sull’ecologia praticata nel ranch Hugh Milne getta seri dubbi, ed effettivamente, a prescindere dalle dichiarazioni di principio, è difficile credere che in una situazione simile, fra una natura difficile da domare e fra spese enormi da sostenere, come quelle legali, o quelle dovute ai lussi sfrenati ostentati da Bhagwan ed un vero e proprio mini esercito di guardie armate, l’ecologia fosse prioritaria. Anche la strepitosa collezione di Rolls Royce di Rajneesh provocò nell’opinione pubblica americana un certo fastidio ed ovviamente lo gnosticismo predicato da questo guru indiano in odore di sesso libero non era ben visto dall’America profonda incline al fondamentalismo e ringalluzzita dalla presidenza Reagan. Ma bisogna dire che l’intervento delle autorità americane, che portò allo smantellamento della comune e all’arresto di Rajneesh (1985), avvenne dopo una serie di violazioni evidenti, che qui non tratteremo per non dilungarci. Ci basti dire che, infine, vennero alla luce anche tentati omicidi e altre nefandezze. Effettivamente la responsabilità di tali nefandezze fu da attribuirsi alla segretaria di Rajneesh, ma la responsabilità morale del maestro mise a dura prova i discepoli, molti dei quali avevano venduto i loro beni per assicurarsi una povera e spartana sistemazione a Rajneeshpuram. La storia prosegue poi con il processo a Rajneesh e le varie leggende sulla perfidia ora degli inquisitori, ora del guru ciarlatano. Interessante e sintomatico di una reale persecuzione è, invece, il giro del mondo che Rajneesh dovette compiere dopo l’espulsione dagli Stati Uniti. Praticamente tutti i paesi dell’occidente democratico o negarono un visto d’ingresso a Rajneesh o non lo fecero neanche atterrare per rifornire di carburante il suo aereo o lo fecero atterrare e dopo qualche giorno di permanenza lo scacciarono, a volte senza che lui uscisse semplicemente dalla stanza in cui era ospitato. Questo scandaloso delirio illiberale durò per otto mesi a causa dei governi di ventuno paesi, quasi certamente influenzati da Ronald Reagan. In Italia, il Valcarenghi politico si risveglia in proposito da un letargo spirituale, coinvolge l’Istituto Reich di Torino e il Partito Radicale che, con spirito liberale, si mobilita indignato dinnanzi al rifiuto del visto. Decine di intellettuali prestigiosi, da Fellini a Gaber, firmano una petizione, ma una cortina di silenzio cala fra gli scioperi della fame di Valcarenghi e le urla di Pannella; ai sostenitori viene addirittura rifiutato l’acquisto di una pagina a pagamento su Il corriere della sera o su Repubblica (cfr. M. Valcarenghi, I. Porta, Operazione Socrate, Tranchida 1995). In seguito, il visto verrà poi rilasciato, ma con gravi restrizioni che scateneranno altre polemiche, mentre Rajneesh si era ormai rassegnato a tornare in India e a rimanerci. In India il ritorno è a Poona, nel vecchio ashram, dove Rajneesh, che nel frattempo ha dispensato i discepoli dall’obbligo di vestirsi d’arancio e di portare la sua foto al collo (come biasimarlo!?), cambia ancora nome, questa volta in Osho, e riforma il suo movimento partendo da premesse quali “un network di meditatori”; niente più comuni ed utopie, infine, ma solo centri dove rilassarsi e scoprire se stessi, delle beauty farm dello spirito dove si intensificano e si “trasformano” i gruppi di incontro: i gruppi degli anni settanta usati fra neo-sannyasin per superare i problemi della vita comunitaria diventano, nella loro versione anni ottanta, più soft (non erano rare negli anni settanta catarsi “bioenergetiche” dove ci si picchiava realmente generando ossa rotte, oppure gruppi in nudità dove l’orgia diventava il felice epilogo del week end), aperti agli “esterni” e con vaste scelte di terapie alternative mutuate dal crescente “mercato” new age. Verso la fine della sua vita, Osho (morirà nel 1990) lascia traccia di sé in discorsi sempre più improntati sullo zen. Per inciso, la sua morte sarà poi denunciata, con una serie di prove e qualche interrogazione parlamentare negli Stati Uniti (di deputati democratici), come epilogo di un lento avvelenamento subìto da Rajneesh nelle carceri americane (cfr. M. Valcarenghi, I. Porta, op. cit. ). Indubbiamente, Rajneesh si colloca nel nostro studio come un personaggio antitradizionalista, un libertario, un anarchico spirituale. Ma queste definizioni sono assai riduttive; egli sicuramente emulò Krishnamurti nella sua feroce opposizione alle organizzazioni religiose, ma andò oltre: ne fondò una tutta sua. Più che un crowleiano “fa ciò che vuoi”, Rajneesh ai discepoli affascinati dalla libertà ripeteva paradossalmente un “fa ciò che voglio”. Definendosi come un essere vuoto e senza ego invitava i discepoli a diventare tali nella fiducia che l’esistenza li avrebbe inondati di benedizioni. Diventare canne di bambù vuote in cui Bhagwan si sarebbe espanso nel mondo era un singolare esperimento di meditazione che i sannyasin di tutto il mondo furono esortati a praticare nei primi anni ottanta. Tuttavia, dare del ciarlatano e dell’approfittatore a Rajneesh è semplice quanto fuorviante; il contesto in cui quest’uomo va inquadrato, semmai, è quello di un maestro zen, slegato dalla tradizione e dai lignaggi tradizionali, e proprio per questo, paradossalmente, genuinamente più zen. Come ebbe a dire una volta commentando i Dieci tori zen, egli era arrivato al decimo toro, quello che va oltre il silenzio e la pace della meditazione, quello in cui si torna sulla piazza del mercato, fra polvere e briganti. Fu un guru liberal, nel senso che pose l’accento sull’accettazione: omosessualità, droga, sesso libero, tutto andava bene per lui, a patto però che tutto fosse vissuto con un distacco interiore. La sua visione, già ritrovabile in alcune sette gnostiche così come nel tantrismo, è sintetizzabile nella sua definizione di uomo nuovo: “Zorba il Buddha”. Zorba deriva dal noto romanzo Zorba il greco, in cui il protagonista godeva della vita, del vino e del sesso senza inibizioni; e Buddha ovviamente fa riferimento all’ascetico principe indiano. Per Rajneesh, queste due dimensioni opposte dovevano essere integrate, nell'individuo come nel mondo (egli vedeva l’occidente come Zorba e Buddha come l’oriente). A proposito dell’amore per una “vita terrena” va ricordata la passione che Rajneesh nutriva per lo Zarathustra di Nietzsche e per il suo valore superstite alla morte di Dio, la “fedeltà alla terra”. Ma qui si entra già nel dominio del prossimo capitolo riguardante il rapporto fra sciamanesimo, neopaganesimo ed ecologia. Note: 1. Hulg Milne, Bhagwan il Dio che fallì, Caliban Books 1987. 2. Osho, Una vertigine chiamata vita, Arnoldo Mondadori editore 2003. 3. Trattasi di Bagliori di un’infanzia dorata, I libri che ho amato e Appunti di un folle; il primo edito in Italia dalle edizioni Mediterranee e gli altri due dalla New Service Corporation, la casa editrice italiana che cura i diritti della Osho Foundation. 4. Osho, Una vertigine chiamata vita, op. cit. 5. Ibidem.

Accedi