Magia del desiderare l'anelito

Testo e meditazione di Oriah Mountain Dreamer

"Non mi interessa sapere come vi guadagnate la vita. Voglio sapere che cosa vi fa spasimare e se osate sognare l'incontro con l'anelito del vostro cuore."

Ho fede nel desiderio, ovunque mi colga. E spesso succede in momenti imprevedibili e inopportuni. È come una porta che si apre all'improvviso: non sono mai pronta. Ma non posso mai essere pronta al modo in cui mi prende per poi lasciarmi, alla ferocia dello spasimo che provoca. Dà voce a quelle parti di me stessa che mi sono lasciata alle spalle nei patti che ho cercato di fare con la vita, nel tentativo di barattare pezzi dei miei sogni con promesse di salvezza.

Certe mattine dedico due minuti del mio tempo per stare seduta nel giardino sul retro e innalzare una preghiera al giorno, anche se una parte di me è ansiosa di dare inizio ai compiti schierati in bella vista davanti a me: svegliare i figli, preparare la colazione, richiamare la gente al telefono, caricare la lavatrice, spedire un po' di lettere...

Ma per un momento solo resto seduta nella luce del fresco sole di primo mattino, la brezza nei capelli, i piedi nudi nell'erba bagnata, e mi sorprendo di quest'anelito che, come un'onda, mi travolge. È uno spasimo turpe. Mi mozza il respiro, le labbra iniziano a mormorare: «Voglio... voglio...»
Non riesco a dargli un nome. Devo aspettare, aperta e affamata. Questo desiderio arriva e mi prende, ricordandomi che non posso mai dimenticare ciò che ho pensato.
Mi seduce con promesse impresse a lettere di fuoco nelle cellule del mio corpo, mi sussurra parole di riposo, di una relazione profonda con me stessa, del desiderio spasmodico per un'altra persona, di una vita fedele al sacro.

Seduta con Twylah Nitsch, un'anziana Seneca, al tavolo della sua cucina nella luce pallida del mattino, le chiedo, mentre beviamo the bollente: «Per quanto tempo sei stata sposata?»

Twylah fa una pausa e spinge indietro le bianche ciocche di capelli che si rifiutano di farsi imprigionare dalle forcine.
È una donna minuta, alta sì e no un metro e mezzo, un'ottantenne piena di vitalità. Le linee sottili della vita le coprono la pelle del viso e delle mani. «Io sono sposata.» replica con calma. «Anche se mio marito è morto dodici anni fa è ancora mio marito, come lo è stato nei trentadue anni precedenti.»

II modo in cui lo dice mi provoca un nodo alla gola. Dagli occhi, e da come allunga la mano verso la confezione di panna liquida, capisco che dice la verità. So che la notte prima, da sola nel letto, scivolando dal dormiveglia al sonno, sentiva il corpo dell'uomo raggomitolato intorno al suo, i peli morbidi del petto contro la sua schiena sottile, le cosce forti di lui aderire alle curve delle sue natiche di donna anziana, le mani forti e gentili posate a coppa sui seni che cedono morbidamente. È come è stato sempre. Anni di separazione, perfino mondi diversi, non possono offuscare il desiderio spasmodico che hanno l'uno per l'altra.
In silenzio, mi pianta in viso gli occhi azzurri mentre con le dita seguo il profilo dei disegni creati dalla luce del sole sulla tovaglia di plastica.

Anelo a questa intimità profonda, a questo livello di impegno verso qualcun altro e verso ogni momento della mia vita.

Voglio essere in grado di vivere questa esperienza anche quando il tempo per stare insieme è breve. Quando ci incontreremo non vi chiederò che cosa fate per guadagnarvi la vita; voglio sapere che cosa vi fa spasimare quando la porta del desiderio si spalanca, e se avete il coraggio di percepire il vostro desiderio. Ditemi qualcosa che non confessate a voi stessi da molto tempo e fate in modo che emerga dal profondo, così che possa essere una sorpresa per me e per voi.

Resteremo seduti qui, insieme, per tutto il tempo necessario, aspettando che giunga. È difficile aspettare da soli. Ci sono stati momenti in cui ho temuto che i miei desideri non mi avrebbero mai più trovata. In tutti i miei viaggi sono andata alla ricerca dei desideri che avevo abbandonato.

Sono passati più di dieci anni dal giorno in cui mi trovavo in soggiorno con la valigia pronta. [...] E fu l'inizio della mia vita da sola. Nelle relazioni diventai una donna sempre pronta a scappare, con la paura di lasciare la porta chiusa troppo tempo per timore di restare intrappolata, di ritrovarmi ancora una volta ferma nel crepuscolo, incapace di andarmene e senza nessun posto in cui andare. Sin dall'inizio della relazione mettevo sull'avviso ogni uomo su ciò che poteva aspettarsi. Non mi si poteva accusare di sotterfugi o di inganno. Il mio alibi era l'onestà.

Sapevo di poter restare solo a condizione di poter fuggire. Sapendo di poterlo fare, smaniavo dal desiderio di restare, di scoprire il modo per vivere un impegno verso un compagno senza rinunciare alla mia vita, privata o pubblica.

Ditemi che cosa vi fa spasimare. Non voglio ascoltare ancora una volta la solita storia di una famiglia problematica come spiegazione delle vostre fragilità umane attuali. Fatemi assaggiare la vostra storia con il sale delle lacrime che vi asciugo dalle ciglia. Anelo a un vagolare lento verso i luoghi che diverranno familiari, una spirale che porti, sin quasi a toccarlo, al luogo in cui avvertiremo tra noi il calore dell'aria, un placido viaggio mentre esploriamo a vicenda le nostre nuove fragranze, lasciandole indugiare nelle narici, inspirandole profondamente, permettendo ai corpi ed ai cuori di assaporare l'impulso di andare uno verso l'altro prima di iniziare il cammino.

Voglio essere corteggiata dalla verità e voglio che i racconti delle nostre vite si dipanino in lunghi fili multicolori. Non ditemi troppo, né troppo in fretta. Non nascondete nulla, Raccontate le storie del vostro cuore, offritele come perle perfette che emergono dalle profondità del mare per essere poi legate insieme, una accanto all'altra, a toccarsi con un suono gentile, luminose e iridescenti mentre affiorano dall'umidità. Di qui a dieci anni voglio ascoltare una storia della vostra infanzia mai ascoltata prima e conoscere la delizia e il timore di vederci ogni volta per la prima volta. Datemi ogni immagine lentamente, cosi che io possa guardarla con calma e scoprirvi nei dettagli la vostra presenza, fugaci apparizioni di me stessa e i presagi del futuro.

Voglio parlare senza sosta per tutta la notte e scoprire che siamo capaci di restare insieme in
silenzio per giorni, in un'intimità resa più intensa dalla nostra comune solitudine.

E se saremo amanti ancora una volta, o per la prima volta, che il nostro atto d'amore sia colmo della timidezza e della scoperta di com'era, o avrebbe potuto essere, a sedici anni: oggi un bacio che indugia, un tocco sulla nuca che perdura per ore; domani una lieve carezza tra i seni che mi mozza il respiro.

Voglio assaporare ogni scoperta del tatto come una perenne rivelazione dell'altro. Voglio rallentare ogni cosa, vagabondare bagnata, spasimare per ciò che ancora deve avvenire, cosi saprò quando sarò completamente penetrata, dal vostro corpo, dalla vostra storia o anche solo dal momento che intercorre tra noi.

È questo il desiderio che l'anima nutre verso l'altro, espresso attraverso il linguaggio del corpo e del cuore. È difficile per me ammettere questo spasimo. Mi preoccupa l'idea che possa avere una minore importanza, che sia solo un mezzo per giungere a un fine, un aiuto nella mia relazione con lo Spirito e la mia opera nel mondo. Ma noi amiamo lo Spirito e veneriamo il sacro nel modo in cui ci tocchiamo l'un l'altro. Anche quando sono del tutto presente conservo ancora, nel profondo di me stessa, l'anelito per un'altra persona e per il mondo.

L'universo non ci è dato due volte. Il divario tra Spirito e materia è nel nostro pensiero, nel modo in cui ne parliamo. È Dio che tocco quando accarezzo il viso di un amante, possiedo il Diletto quando la mano di mio figlio è nella mia, respiro lo Spirito quando catturo nella brezza il profumo del sole. Il mondo si offre a me in mille modi, e mi fa male la consapevolezza di quanto siano rare le occasioni in cui riesco a ricevere poco più di una piccolissima frazione di ciò che mi si offre, e di quanto invece più frequentemente lo rifiuto perché non lo ritengo abbastanza buono. Alcune mattine, seduta per un momento in giardino, non mi accorgo nemmeno della tensione di cui carico i muscoli a causa del rumore del traffico, nel tentativo di oppormi a ciò che considero un oltraggio alla quiete del giorno. Me ne allontano, incapace o riluttante ad accettare questi rumori come parte della vita, la semplice espressione di uomini e donne che iniziano la giornata facendo il proprio ingresso nel mondo per compiere quel lavoro con cui nutrono se stessi e i propri figli.

Riuscite a vedere il tocco del Divino che esiste in tutte le cose? Viviamo in una società laica in cui la vita quotidiana è quasi priva di riti che ci aiutino a ricordare e a riconoscere il sacro. Privati di queste piccole cerimonie, acquisiamo un'eccessiva familiarità con la nostra reciproca umanità. Voglio un po' di distanza, ogni tanto, per riportare alla memoria il mistero che gli altri sono per me, ed io per loro, nell'attesa di toccare, con timore, il Divino che è nell'altro.

Mio nonno, Baba, quando entrava una donna nella stanza in cui c'era anche lui si alzava in piedi; era un gesto calmo, tranquillo, la cosa più naturale del mondo. Poteva essere giovane o anziana, bella o insignificante, la vicina della porta accanto o sua cognata, una donna dalla voce carezzevole. Non era importante. Mio padre, vissuto in una fase di transizione tra due epoche, a volte si alzava. Mio fratello, da adulto, non si alzava mai. La nostra generazione ha bandito le buone maniere considerandole gesti vuoti, privi di un vero significato, lontani dagli intenti onorevoli, vani movimenti inventati per accontentare coloro a cui è negato un potere autentico sulla propria vita. Che venerazione si esprime verso il mondo femminile in un gesto come mettersi in piedi se, allo stesso tempo, la comunità perdona un uomo che picchia sua moglie o proibisce a quest'ultima di essere economicamente autonoma?

Forse Baba sentiva nel sangue gli antichi fremiti del maschio guerriero, colui che riconosceva, venerava e stimava le donne della tribù in quanto donatrici di vita, esseri che nella forma stessa del ventre e del seno racchiudevano l'immagine della vita?
Era nelle sue intenzioni salutare la vita e porsi al suo servizio o voleva solo essere cortese, seguendo regole che ormai da molto tempo erano svuotate del loro significato?

Non lo so ma ancora oggi, quando entro in una stanza e un uomo resta in piedi finché non mi sono seduta, sento una parte di me che risponde positivamente, e intuisco che cosa significherebbe vivere in un posto dove ciò che offriamo, una dimensione che è in noi e più ampia di noi stessi, viene compreso e apprezzato. Sento il richiamo che ciò esercita su di me, non per negare la mia umanità, ma per ricordarmi qual è il mio posto nel mondo, elevarmi e incontrare la parte migliore di me per offrirlo alla mia gente ed essere degna della mia condizione di Donna, Donatrice di Vita, Guerriera, Madre, Sorella, Nonna, Sognatrice, Sacerdotessa...

È facile perdere di vista il Divino che c'è nel nostro compagno quando va a buttare la spazzatura, ancora più facile se non lo fa.
È difficile ricordarsi di cercare e vedere il sublime nel parcheggiatore o nella cassiera incontrati per caso. Abbiamo bisogno di gesti condivisi, piccoli riti che ci aiutino a essere attenti, che ci facciano vedere e venerare ogni giorno il Mistero che è nell'altro. È questo l'impegno che la mia anima anela di prendere con il mondo.
E non voglio più fare tentativi.

Non è l'essere e nemmeno il fare, che logora. È il tentare: tentare di essere presenti, di essere svegli, di contenere il mondo intero, di essere migliori, più consapevoli, più coscienti. Le speranze che nutro per noi sono autentiche: voglio aiutare a creare un mondo in cui il concetto stesso di rifiuto tossico provochi nella gente un tale grido di angoscia da renderlo impensabile; un mondo in cui, spinti dal cuore, ci prenderemo cura dei poveri, dei malati, dei moribondi, dei disperati senza chiederci se ne sono degni oppure no, senza paura del contagio, vedendo in ognuno di loro il riflesso di noi stessi.

Ma per quanto questi desideri possano essere realmente onorevoli da fare la differenza, so che le mie ragioni non sono univoche. Temo che se non riuscirò a realizzare qualcosa sarò destinata a scomparire, e che non avrò nulla da offrirvi quando ci incontreremo. Voglio riuscire a vivere un giorno, un mese, un anno, anche una vita intera, da cui non possa trarre alcuna buona narrazione. Se quando ci incontreremo non avrò nulla da raccontarvi e voi mi chiederete che cosa è successo, voglio che mi basti. Voglio essere in grado di riempire ogni minimo spazio della mia vita e voglio che sia sufficiente.
Ci sono luoghi in me dove il balsamo lenitivo del riposo non e mai penetrato. Anelo a una piccola tregua prima di giungere all'obiettivo, un momento di dolce calma, di quieta oscurità, il vasto silenzio che possa penetrare e sciogliere i piccoli nodi ostinati dei tentativi perenni. Voglio smettere di fuggire dalla mia stessa stanchezza. Voglio essere disposta a muovermi solo alla velocità di cui sono capace, pur conservando la relazione con l'impulso al movimento che giunge dal profondo di me stessa, fermandomi quando avrò perso l'esile filo del desiderio e con il coraggio e la fede di aspettare, con calma, fino a ritrovarlo un'altra volta.

E questo che desidero ardentemente: l'intimità con me stessa, con gli altri e con il mondo, l'intimità che tocca il sacro in tutto ciò che vive. Questo spasimo, questo anelito e il filo che mi guida nei labirinti dei compromessi fatti in passato, che mi riconduce agli antichi desideri della mia anima.
E a volte temo questi desideri, temo ciò che mi chiederanno, quale visione di me stessa o del mondo mi offriranno in cambio del sacrificio della mia percezione del mondo coltivata con tanta cura. Se il fuoco del desiderio non ci trasforma mai fino a consumarci, rischiamo di innamorarci del gusto dolceamaro del rimpianto, del sogno a occhi aperti, di frasi come: «Che cosa sarebbe successo se...» o come: «Un giorno, prima o poi...»

La volontà di vivere i desideri richiede coraggio. Quante volte i nostri desideri sono stati usati contro di noi, per venderci quello che altri volevano che noi comprassimo?
Andando incontro ai nostri desideri per un impegno più profondo con lo Spirito ci hanno venduto l'obbedienza cieca; aprendoci al nostro desiderio di amore ci hanno venduto l'abbandono del nostro io; nel tentativo di abbracciare il nostro desiderio di bellezza ci hanno venduto di tutto, dalle automobili ai vestiti, dalle vacanze esotiche alla chirurgia plastica. Ci hanno venduto uno stile di vita, quando ciò che la nostra anima desiderava era la vita stessa.

Per sentire il sapore del nostro anelito, per percepire lo spasimo, corriamo il rischio di scoprire i desideri del nostro cuore. Corriamo il rischio di non aver più bisogno di doverli soddisfare. Corriamo il rischio di di vivere i nostri desideri pienamente.

MEDITAZIONE PER IL DESIDERIO

Sedetevi in una posizione comoda, con carta e penna vicino. Inspirate profondamente con il naso tre volte ed espirate con la bocca, facendo in modo che, durante l'espirazione, il vostro peso ricada sulla parte inferiore del corpo. Rilassate le spalle e concentratevi sul respiro, seguendo per qualche momento l'inspirazione e l'espirazione. Se la mente tende a vagare, riportatela con dolcezza al respiro. Seguite il movimento del ventre che si solleva e si abbassa ogni volta.

Ora prendete carta e penna e iniziate a scrivere, completando le affermazioni: «Voglio...», «Ho bisogno di... », «Desidero... ».
Andate avanti per cinque minuti pieni. Non giudicate ciò che scrivete. Fate in modo che i vostri bisogni, la vostra volontà e i vostri desideri fluiscano liberamente. Può essere qualcosa di concreto o di astratto. Cercate di essere precisi.

Fate una pausa e tornate al respiro, inspirando nuovamente per tre volte con il naso e rilassando il corpo. Poi, guardando ciò che avete scritto, leggete le voci ad una ad una dicendo: «Non mi interessa se in passato... Ciò che voglio davvero è... ».

Completate la seconda affermazione senza remore, ascoltando la voce interiore. Dite ciò che non si può dire, ascoltate ciò a cui il cuore e l'anima anelano di più, senza giudicare. Sorprendetevi. Dite a voi stessi qualcosa che non conoscete ancora.

Tratto da "L'invito all'ascolto della vita" di Oriah Mountain Dreamer, edizioni Lyra

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