Noi, il confine tra cielo e terra.

La Luce.

Quella componente interiore che ingloba ogni respiro e ogni pensiero, scuotendo la carne e mortificando i falsi presupposti.

La Luce.

Quella che si fa Voce tra le pieghe dell'anima scandendo il confine di vacui obiettivi e la riconoscenza dell'unica essenza che nutre.

La Luce, come Primo Incontro, Prima Verità.

In quest'ottica così intima, mai rinunciare al dialogo con se stessi, mai delegare l'intermediazione, mai affidarsi a venditori di luce.

Ognuno si dedichi alla propria espressione-realizzAzione, partendo da ciò che hai già creato... di questo ha bisogno il mondo! Non di martiri, non di santoni, non di operatori di luce a pagamento e se qualcuno dovesse replicare:

- "Ok, però io mi sento realizzato a fare del bene, a trasmettere la conoscenza e ho fatto di questo il mio lavoro, mica posso fare del bene tutto il giorno gratis... come mi manterrei?!!"

Risposta (mia):

Non fare del Bene per lavoro, ma compi oggi la tua realizzAzione, anche se non é un lavoro redditizio: la gioia non ha prezzo! ...E permetti la divinità di chi incontri - identica alla tua, senza strumentalizzare (l'apparente e momentanea) debolezza altrui. Non serve altro.

Il Servizio é solo condivisione, non può alimentarsi con il bisogno altrui, perché alimenterebbe altro bisogno.

In quest'unico grandioso (e talvolta gravoso) compito, l'esercizio di purificazione della propria percezione deve essere costante, affinché l'esterno rispecchi l'interno.

L'illuminazione non esiste. E' un business.

Nessuna benedizione, nessuna fortuna, nessuna pozione è necessaria a chi sa di essere tutt'uno con la Luce. Sapere è tutto e per sapere, occorre addentrarsi un passo alla volta nel mistero di sé.

Qui si accende la lampadina.

Qui ci si illumina d'immenso.

NOI SIAMO IL CONFINE TRA CIELO E TERRA.

Noi siamo la Luce del mondo.

Tutti noi. Anche tu. Nessuna specialità, nemmeno in negativo. Nessuna eccezione.

Mya Lurgo Artista DAYLY GIFT

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Commenti 5

 
laura bartorelli il Sabato, 19 Maggio 2012 10:57

L'Illuminazione esiste: corrisponde al Risveglio.

Per il resto, condivido tutto :)

Grazie Meira

L'Illuminazione esiste: corrisponde al Risveglio. Per il resto, condivido tutto :) Grazie Meira
Ro Buonafina il Sabato, 19 Maggio 2012 11:31

........:D

........:D
Paolo il Sabato, 19 Maggio 2012 11:13

Sacrosante e Bellissime Parole:)

Sacrosante e Bellissime Parole:)
Ro Buonafina il Sabato, 19 Maggio 2012 11:31

Grazie ...:D

Grazie ...:D
Walter Comunello il Sabato, 19 Maggio 2012 14:02

Per lo Zen ogni cosa, fatta in piena consapevolezza nel momento presente, è parte dell'Illuminazione. Ogni essere è illuminato in sé, dalla nascita, da sempre e per sempre. Il solo fatto di esistere gli conferisce la caratteristica dell'Illuminazione.

Come ho già letto qui da qualche parte, la Buddhità è intrinseca in ogni essere umano: è soltanto nascosta, dimenticata, oscurata, tralasciata. Aprendo gli occhi, la Buddhità si manifesta da sé. Non è necessario alcuno sforzo: l'unico sforzo richiesto è l'apertura degli occhi, che può essere eroico, enorme, doloroso, faticoso. Karma (azione, fatto, gesto) è tutto ciò che facciamo, e siccome ciò che siamo è ciò che facciamo, karma è ciò che siamo. Noi, in ogni momento, creiamo o smaltiamo karma, secondo la concezione buddhista tradizionale.

Lo zen va ancora al di là: siccome karma è ciò che siamo, allora karma è ciò che facciamo ogni giorno, siamo o meno "illuminati" (in quanto condizione acquistata attraverso la disciplina, che comporta la consapevolezza di sé). Karma buono o cattivo, alla luce della globalità della buddhità, che conferisce a *qualsiasi* azione una manifestazione della buddhità del singolo, comprese le costruzioni che la ostacolano, l'azione quotidiana è nirvana *E* samsara allo stesso tempo.

Per questo i maestri zen dicono sempre che samsara e nirvana sono la stessa cosa; non paghi, dato che la distinzione tra samsara e nirvana (di per sé una forma di dualità, che lo Zen mira ad estirpare come frutto razionale) non esiste, arrivano a dichiarare che il buddhismo stesso è "niente di che", e alcuni affermavano di voler uccidere il Buddha di propria mano, con grande collera. Tale è il vero insegnamento del Buddha: "se trovi un Buddha, uccidilo", ovvero, se trovi un maestro che pretende di dirti che cosa devi fare, ignoralo e mantieni la tua volontà; forgia te stesso, disciplina te stesso, e non permettere che nessun altro ti comandi, né tantomeno te stesso.

Il Vuoto non è né samsara né nirvana; non è né buio, né luce; non è né bene, né male; non è né alto né basso, né sopra né sotto, né vita né morte... aprendo gli occhi il Vuoto si presenta semplicemente per come è, ogni distinzione cade, ogni dualità svanisce, ogni confine perde di significato in sé stesso, e rimane soltanto "ciò-che-è", o il "tathata" del Buddha, il suo, secondo me, unico insegnamento che valga la pena esser ricordato. Tutto il resto è opinione, soggettiva e "non-assolutamente-reale", e quindi "non-tathata".

Nel momento in cui appare un "qualcosa-che-confina", volgarmente chiamato "parola" o "definizione" o soltanto "pensiero-che-definisce-discrimina-etichetta" il Vuoto, il "tathata" già non è più, o meglio: è ancora lì, ma è nascosto da una costruzione che nasce dal "tathata" (in quanto noi ne siamo parte), ma che non è "tathata", in quanto è "qualcosa", e "qualcosa" non è "tathata", bensì è "non-tathata". Questo è un significato avanzato di "illusione" buddhista.

Mi risulta assolutamente impossibile descrivere che cosa sia "tathata": noi tutti lo vediamo ogni giorno, ma siamo troppo abituati a "confinarlo" nei "concetti" che ci sono stati insegnati. Già il fatto di "insegnare" di per sé non è corretto dal punto di vista zen, tra maestro e allievo: un maestro zen non fa nulla, non dice nulla, non chiede nulla in verità: egli si limita ad essere presente, a mostrare il "tathata" al discepolo. Il discepolo deve poi raggiungere, da solo, uno stato di consapevolezza adatto a "non-discernere" il "tathata". Poi, pensare che il maestro "corregga" il discepolo nel conseguimento della consapevolezza può essere considerato corretto ad un esame superficiale: ma, ragionando attentamente, si può scoprire che il maestro non confina il discepolo in alcun tempio: se il discepolo vuole andarsene, lo lasciano andare; se il discepolo vuole rimanere, lo lasciano rimanere; se il discepolo prende una strada invece che un'altra, non dicono nulla. È il discepolo che disciplina sé stesso, e probabilmente l'unico ruolo che il maestro ha è sostenerlo in ogni modo che conosce nella sua ricerca della verità del vuoto, qualora egli intenda davvero farlo.

Avete mai ascoltato un bambino molto piccolo, ancora nella culla, quando indica un oggetto e punta un ditino verso di esso? Potrebbe dire proprio "tathata". Egli non è più il dito, ma è già l'oggetto. Persino in psicologia è dimostrato che i neonati fino a pochi mesi si identificano completamente con l'oggetto osservato, come se facesse parte interamente del Sé, o alternativamente, come se essi vi facessero parte integrante. Solo per dire quanto noi seppelliamo il tathata dentro noi stessi al punto da non sapere più come "non-pensare", come un infante, per vedere tutto "ciò-che-è" nello stesso momento, senza soffermarsi su nulla, e quindi senza creare alcuna distinzione, né confine di sorta, e quindi senza creare dualità.

"Cielo" e "terra" sono solo nomi che separano un tutto, il tathata, e tentano di etichettarne le infinite parti. Come se volessi distinguere "giorno" da "notte": sapete dirmi quando finisce la notte e quando comincia il giorno? Sapete dire il momento esatto quando la "notte" cessa di esser notte e si "tramuta" in "giorno"? Non senza una convenzione, un confine, una distinzione, un limite. Un limite che viene creato dall'essere umano, ma che non esiste *in sé*.

Chiedo scusa per il lunghissimo commento. :)

Per lo Zen ogni cosa, fatta in piena consapevolezza nel momento presente, è parte dell'Illuminazione. Ogni essere è illuminato in sé, dalla nascita, da sempre e per sempre. Il solo fatto di esistere gli conferisce la caratteristica dell'Illuminazione. Come ho già letto qui da qualche parte, la Buddhità è intrinseca in ogni essere umano: è soltanto nascosta, dimenticata, oscurata, tralasciata. Aprendo gli occhi, la Buddhità si manifesta da sé. Non è necessario alcuno sforzo: l'unico sforzo richiesto è l'apertura degli occhi, che può essere eroico, enorme, doloroso, faticoso. Karma (azione, fatto, gesto) è tutto ciò che facciamo, e siccome ciò che siamo è ciò che facciamo, karma è ciò che siamo. Noi, in ogni momento, creiamo o smaltiamo karma, secondo la concezione buddhista tradizionale. Lo zen va ancora al di là: siccome karma è ciò che siamo, allora karma è ciò che facciamo ogni giorno, siamo o meno "illuminati" (in quanto condizione acquistata attraverso la disciplina, che comporta la consapevolezza di sé). Karma buono o cattivo, alla luce della globalità della buddhità, che conferisce a *qualsiasi* azione una manifestazione della buddhità del singolo, comprese le costruzioni che la ostacolano, l'azione quotidiana è nirvana *E* samsara allo stesso tempo. Per questo i maestri zen dicono sempre che samsara e nirvana sono la stessa cosa; non paghi, dato che la distinzione tra samsara e nirvana (di per sé una forma di dualità, che lo Zen mira ad estirpare come frutto razionale) non esiste, arrivano a dichiarare che il buddhismo stesso è "niente di che", e alcuni affermavano di voler uccidere il Buddha di propria mano, con grande collera. Tale è il vero insegnamento del Buddha: "se trovi un Buddha, uccidilo", ovvero, se trovi un maestro che pretende di dirti che cosa devi fare, ignoralo e mantieni la tua volontà; forgia te stesso, disciplina te stesso, e non permettere che nessun altro ti comandi, né tantomeno te stesso. Il Vuoto non è né samsara né nirvana; non è né buio, né luce; non è né bene, né male; non è né alto né basso, né sopra né sotto, né vita né morte... aprendo gli occhi il Vuoto si presenta semplicemente per come è, ogni distinzione cade, ogni dualità svanisce, ogni confine perde di significato in sé stesso, e rimane soltanto "ciò-che-è", o il "tathata" del Buddha, il suo, secondo me, unico insegnamento che valga la pena esser ricordato. Tutto il resto è opinione, soggettiva e "non-assolutamente-reale", e quindi "non-tathata". Nel momento in cui appare un "qualcosa-che-confina", volgarmente chiamato "parola" o "definizione" o soltanto "pensiero-che-definisce-discrimina-etichetta" il Vuoto, il "tathata" già non è più, o meglio: è ancora lì, ma è nascosto da una costruzione che nasce dal "tathata" (in quanto noi ne siamo parte), ma che non è "tathata", in quanto è "qualcosa", e "qualcosa" non è "tathata", bensì è "non-tathata". Questo è un significato avanzato di "illusione" buddhista. Mi risulta assolutamente impossibile descrivere che cosa sia "tathata": noi tutti lo vediamo ogni giorno, ma siamo troppo abituati a "confinarlo" nei "concetti" che ci sono stati insegnati. Già il fatto di "insegnare" di per sé non è corretto dal punto di vista zen, tra maestro e allievo: un maestro zen non fa nulla, non dice nulla, non chiede nulla in verità: egli si limita ad essere presente, a mostrare il "tathata" al discepolo. Il discepolo deve poi raggiungere, da solo, uno stato di consapevolezza adatto a "non-discernere" il "tathata". Poi, pensare che il maestro "corregga" il discepolo nel conseguimento della consapevolezza può essere considerato corretto ad un esame superficiale: ma, ragionando attentamente, si può scoprire che il maestro non confina il discepolo in alcun tempio: se il discepolo vuole andarsene, lo lasciano andare; se il discepolo vuole rimanere, lo lasciano rimanere; se il discepolo prende una strada invece che un'altra, non dicono nulla. È il discepolo che disciplina sé stesso, e probabilmente l'unico ruolo che il maestro ha è sostenerlo in ogni modo che conosce nella sua ricerca della verità del vuoto, qualora egli intenda davvero farlo. Avete mai ascoltato un bambino molto piccolo, ancora nella culla, quando indica un oggetto e punta un ditino verso di esso? Potrebbe dire proprio "tathata". Egli non è più il dito, ma è già l'oggetto. Persino in psicologia è dimostrato che i neonati fino a pochi mesi si identificano completamente con l'oggetto osservato, come se facesse parte interamente del Sé, o alternativamente, come se essi vi facessero parte integrante. Solo per dire quanto noi seppelliamo il tathata dentro noi stessi al punto da non sapere più come "non-pensare", come un infante, per vedere tutto "ciò-che-è" nello stesso momento, senza soffermarsi su nulla, e quindi senza creare alcuna distinzione, né confine di sorta, e quindi senza creare dualità. "Cielo" e "terra" sono solo nomi che separano un tutto, il tathata, e tentano di etichettarne le infinite parti. Come se volessi distinguere "giorno" da "notte": sapete dirmi quando finisce la notte e quando comincia il giorno? Sapete dire il momento esatto quando la "notte" cessa di esser notte e si "tramuta" in "giorno"? Non senza una convenzione, un confine, una distinzione, un limite. Un limite che viene creato dall'essere umano, ma che non esiste *in sé*. Chiedo scusa per il lunghissimo commento. :)

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