Gli Erranti

"Gli Erranti sono coloro che si risvegliano dal sonno alla loro vera identità di esseri spirituali. il "sonno" è semplicemente lo stato della vita di una persona in una cultura, che vive seguendo i modelli comportamentali di una "realtà" generalmente accettata. Durante il sonno sembra che il mondo fisico sia tutto ciò che c'è di reale, e gli obiettivi della personalità terrena, come le ambizioni nel lavoro e nel matrimonio, ricercare la felicità, i soldi, il potere e l'autorità, e semplicemente sentirsi amato e adeguato, sono degni obiettivi a cui aspirare. Sia che ci siamo risvegliati da questa "realtà" in un modo che ci fa sentire nuovi su questo pianeta, sia che ci affidiamo a questo modello, o a quello delle religioni, dei miti o della filosofia, ciò che è semplicemente accaduto è che ci siamo risvegliati, e non saremo più in grado di ritornare a quel nido, forse comodo, che possedevamo prima. Siamo coinvolti in un viaggio che durerà per tutta la nostra attuale incarnazione."

La nostra missione...

"La nostra missione principale è una missione dell'essere. Siamo giunti qui per essere noi stessi, perché quando lo facciamo, la nostra frequenza vibrazionale riflette le vibrazioni di livello superiore delle nostre densità originarie o dei nostri cuori risvegliati, e questo aiuta a illuminare la frequenza vibrazionale del piano terrestre. [...]
Siamo giunti qui per offrire la nostra vita, momento dopo momento, per la Terra e la sua gente. Questa non è un' importante missione nel senso che non si tratta di fare, ma di essere."

Ognuno di noi è...

"Ognuno di voi è un essere di pura luce. Ognuno di voi è completamente libero di scegliere il modo in cui manifestare questa luce. Tutti i cosiddetti mali del mondo non sono altro che amore distorto. [...]
Ognuno di voi è un ologramma dell'unico grande Pensiero originale, ed esso è contenuto nella sua forma non distorta in ogni cellula del vostro corpo fisico e in tutti i corpi più sottili che costituiscono la vostra mente, il vostro corpo e il vostro spirito nella loro complessità."

Entrare nel momento presente...

"Consideratevi in questo modo, come un sole o un germoglio; tutto tranne che un umano, perché considerarsi come umani significa sempre muoversi verso l'esterno. Ma il vostro vero sé non è una cosa esterna. Il vostro vero sé è senza distorsione, infinito nell'amore. Non possiamo insegnarvi come attuare la compassione. Non potete insegnare a voi stessi come comprendere la compassione che è racchiusa in voi. E persino attraverso il lavoro più duro e più intransigente su voi stessi, non potete aggiungere neppure un pizzico di compassione alla vostra personalità. Potete insegnare a voi stessi a compiere azioni compassionevoli, ma la chiave di quella compassione infinita che veramente vi appartiene non è da cercare nell'insegnamento e nell'apprendimento. È racchiusa nel momento presente, ed è quando entrate nel momento presente che diventate vulnerabili alla più profonda percezione di voi stessi."

estratto da: Il Manuale dell'errante Vol.1
di Carla L. Rueckert
edizioni Stasione Celeste.

... sono il bosco che esplorano e l'aria che respirano...
...sono il loro stesso cammino...

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Commenti 2

 
Giuseppe Belcastro il Sabato, 09 Giugno 2012 12:49

19/11/06

Non si può indagare una cosa con quella stessa cosa, così non si può indagare il pensiero col pensiero, l’intelletto con l’intelletto, la mente con la mente eccetera. In qualche modo noi riusciamo lo stesso ad indagare le cose utilizzando strumenti che non lo sono, ma senza sapere bene come, andiamo lo stesso per fede o per intuizione quando diciamo di non vedere l’aria ma riconosciamo che c’è, quando diciamo di vedere l’energia soltanto per gli effetti che produce sulle cose e non mai direttamente. Anche in questo caso pur non vedendo una cosa, diciamo che esiste e si potrebbe dire che nemmeno la “sentiamo” quella energia, visto che avvertiamo sempre e soltanto gli effetti ch’essa produce sui nostri legami molecolari, sulla pelle, nel nostro corpo, attraverso “trasformazioni” o cambiamenti della materia o dei nervi o dei liquidi di cui siamo costituiti. Non sentiamo niente in modo diretto,
nessuna cosa è in contatto diretto con nessun’altra cosa, ma ogni “contatto” ed ogni movimento sono originati da qualcosa che non si vede, non si tocca e percepiamo le cose sempre e soltanto in termini di relazioni, rapporti, comparazioni, differenze eccetera. Ma questo non ci impedisce d’altro canto, di ritenere nello stesso tempo, degne di fede soltanto le cose che si vedono e si toccano, consegnandoci in tal modo a contraddizioni laceranti che investono tutta la sfera del nostro essere.
Se dico che ho la capacità di pensare, sarà implicito il pensiero che ci sarà stato un tempo in cui non pensavo, così affermando il pensiero lo ho anche negato perché lo ho separato da me, visto che sarà implicito anche il pensiero: - se qualcuno pensa, c’è qualcuno che pensa- cioè qualcuno che fa qualcosa di diverso da sé. Si potrebbe obiettare che quel qualcuno e quel pensiero siano la stessa cosa, ma chi potrà mai risolvere il problema di chiamare una cosa con due nomi? Oppure in “qualcuno” è implicita la capacità di pensare? O che sia implicito nel pensiero, che sia necessariamente di qualcuno? Tutto questo accade perché operiamo una distanza, con la realtà circostante, con gli altri.
Sulla base delle differenze che noi vediamo tra noi e le cose, tra noi e gli altri stabilendo così un “esterno” e un “interno”, una “estraneità” di fondo alla fine poi col mondo medesimo, con la realtà. Ma se dovessimo analizzare in che cosa concretamente siamo diversi dalle cose e dagli altri, non resterebbero che delle cose “credute”, astratte, quelle cose tanto aborrite oggi, perché filosofiche. Per il resto, siamo fatti e formati di tutte le cose che vediamo; di pietra, di legno di acqua di metalli, di fuoco, di vento, siamo fatti di altri e dagli altri; in che modo siamo “fuori“ da tutto questo? In che modo tutto questo è fuori di me? Solo per un credere che lo si sia, per un giudizio, per un assenso, per una affermazione. Ora, “le cose astratte” della filosofia, convennero già da tempo, che affermare è negare. Se dico che una cosa è bella e mi piace,
ho detto anche che una cosa è brutta e non mi piace. Banale vero? Eppure è così che suona l’armonia: se dico “io”, ecco inventati gli “altri”, se dico gli altri ecco inventato me , ma che cosa è che funziona come “distanziatore”, in queste di per sé innocentissime discriminazioni, che sarebbero anche così naturali e necessarie? Ma l’assenso, l’affermazione unilaterale che non ha presente anche la negazione, mentre affermiamo. Così se dico “gli altri” ho negato me,
nel pensiero: - non sono gli altri – e viceversa, ma se ho ben presente questa negazione ineluttabile che provoca solo dolore in tutti e due i casi, mi guarderò bene dal dire “gli altri” come se non fossero anche me e viceversa. Se guardando un bicchiere dirò che è fuori di me, dirò anche che è dentro di me e questo di qualsiasi cosa, anche di qualcuno che io dovessi affermare essere un ladro, un assassino. Anche perché nel caso di un essere umano che giudica un altro essere umano, è la stessa materia che giudica se stessa, come può? Sarà comunque sempre di parte per un qualsiasi “io”, altro è giudicarne l’operato, l’azione, il comportamento. Per questo forse, ci siamo inventati il terzo che giudichi in modo finale e divino. Allo stesso modo, se la mente indaga la mente, non affermerà mai niente che la neghi, inoltre pur presupponendo una generosa onestà di pensiero, come può uscire da se stessa per potersi rapportare con qualcosa d’altro? Sembra che anche qui debba venirci in soccorso quella divina o saggia sospensione da ogni affermazione unilaterale che dica che la mente è , senza tener presente che anche non è, ed andare onestamente verso la sua negazione, proprio come verso il suo fattore, la sua origine, visto che in questo mondo dualistico sembra proprio che ogni cosa ha la causa nel suo opposto. Ma in questo caso, lungi dal trovarsi nel “nulla” mefistofelico, potremmo ritrovarci proprio nel tutto, da dove è scaturita anche quella nostra mente. Come per esempio nel caso dello spazio, anzi del vuoto che è l’unico pensabile contenitore del tutto, che consente anche allo spazio di farsi ed alla materia di occuparlo e di muovervisi. Spazio è ancora sede di tensioni, ma vuoto è rilassatamente immobile. Spazio si differenzia da spazio, per tempi, estensioni e forze,
ma il vuoto è dove tutto va, pieno di tutti i tempi e di tutte le realtà. Se questo è il mondo del pieno, la sua causa è nel vuoto, non il nulla. Inoltre quel vuoto dove c’è tutto, non può essere da qualche parte,
sarà dappertutto, onnipresente e se anche non si vede e non si vede niente di tutti i tempi e le cose che ci sono, è qui. C’è una affermazione di base, il nostro stesso essere qui, è una affermazione, quel qualcosa che siamo, ha dovuto dare il proprio assenso in qualche tempo, in qualche parte per essere qui. L’assenso, il giudizio, l’affermazione rappresentano quel meccanismo che ci lega e ci articola alle cose, alla sensibilità di questo mondo, di questo tempo, di queste memorie. Per questo, quando cerchiamo l’opposto di una qualsiasi cosa, lo cerchiamo ancora in un “esistente”, perché è irrinunciabile la affermazione di base che dice: - se cerco l’opposto di qualcosa,quel qualcosa c’è – e se pure vediamo la incongruità di certi opposti, ci adattiamo a “cosizzare” ogni cosa ed ogni suo opposto. Così per esempio diciamo che l’opposto della luce è il buio, cosizzando una cosa che non è cosizzabile perché non esiste. Infatti l’opposto di luce è non-luce, cioè la sua negazione non il buio, il quale da solo non esiste, perché dipende dalla luce che è la sua matrice, la sua causa, quindi la stessa cosa. Di ogni cosa l’opposto è la non-cosa, così l’opposto della vita non è la morte, che invece è solamente il suo contrario: la stessa forza che tira a disgregare, ciò che dall’altra parte tira ad aggregare, cioè la stessa cosa. Ma l’opposto della vita è la non- vita, cioè qualcosa priva in parte o del tutto, delle qualità che ci fanno considerare vita la vita. Potremmo concepirla una vita senza la morte? Dovremmo però chiamarla in un altro modo, magari beatitudine se ci fosse solo felicità, oppure dannazione eterna, se fosse fatta di sola sofferenza, ma non più semplicemente vita e se noi amiamo vita, dovremmo amarla in tutti gli aspetti che la fanno tale, considerando che tutti i suoi aspetti hanno lo stesso valore nel farla ed accettarli tutti, anche la morte e il dolore con la stessa serenità di base e imparzialità, perché tutto è vita e tutto è bene, perché tutto ciò che accade deve accadere. Serenità e quiete sono la nostra forma migliore, la nostra condizione di base, perché tutto si esplica in termini di tensioni e trasformazioni. Se ho fame, c’è una assenza di nutrimento, di cibo, un vuoto che tira verso la morte, la disgregazione, la denutrizione, ma nello stesso tempo la stessa forza ci spinge verso il pieno, il nutrimento, il cibo. Sembra, ma non è vero, che non ci si possa sottrarre dal ritenere preferibile lo stato di sazietà, di soddisfazione di un bisogno, rispetto all’altro stato di necessità, mancanza, vuoto. Nel primo tempo, le due forze costituiscono appunto due forze contrarie che realizzano una tensione, intesa a produrre movimento, aggregazione, vita. Nel secondo caso, interviene non una semplice e diretta soddisfazione di un bisogno, ma un giudizio che “preferisce”, che sceglie lo stato ritenuto positivo e lo elegge come “migliore” costituendosi così un desiderio che per sua natura non potrà mai esaurirsi, perché ci separa dalla verità, dalla realtà, cioè il fatto che senza quel vuoto non ci sarebbe soddisfazione, perciò quel vuoto ha la stessa identica “importanza” di quel pieno. Ma quante cose nella vita, sulla base di questo meccanismo, riteniamo “più importanti” di altre? più “vantaggiose” ? per questo motivo nel buddismo si dice che si deve accettare ogni cosa che viene dandogli la stessa importanza, giudicandole per ciò che sono, non per quello che crediamo che siano. Ora, per conoscere veramente ciò che è, di un evento doloroso che mi capita e che io giudico “svantaggioso” o “dannoso”, dovrei avere il dono di poter vedere tutte le condizioni e le concatenazioni che dal passato lo hanno reso possibile e tutte le conseguenze forse anche vantaggiose e positive nel futuro, che nasceranno per questo. Riconoscendo umilmente di non poterlo fare, ecco perché nel buddismo e anche nelle saggezze di altre religioni, si va per assunti che richiedono fede, fiducia in una verità che va oltre il visibile, oltre quell’intelletto, quella mente, quella “ragione” che sono proprio alla base di quella ignoranza. Perché la mente è alla base di quella ignoranza? Perché potrà convincersi di capire o di non capire,ma non potrà mai convincersi di essere insufficiente, incapace, al massimo quando si trova di fronte a qualcosa che non sa spiegarsi, lo chiama mistero, sacro, dio. In altre parole cerca di nominare sempre, comunque, cioè va per affermazioni cercando di appiccicare etichette su tutte le cose, anche su se stessa, mai per negazioni, o meglio: per negazione e affermazione insieme. Non riesce a concepire che l’idea o l’immagine di una cosa, non corrisponda a quella cosa realmente e resta soltanto sempre, in ogni caso una propria rappresentazione proiettata sulle cose. Siccome ogni “singola” cosa è dipendente come minimo dal suo contrario e poi da altre, infine da tutte le altre compresa la nostra mente, la quale anch’essa è dipendente da ciò che vede e di come ne fa esperienza, non esiste niente di fermo che si possa appunto ad-fermare, affermare in una sola valenza, ma bisognerebbe cogliere tutte insieme le condizioni che hanno reso quella “singola” cosa, quella che è, così come è per spiegarla. Cioè ogni cosa è dipendente da ciò che non si vede, da tutte le altre che essa non è o che ancora non è come possiamo quindi conoscerla veramente? Bisognerebbe possedere una divina visione del tutto, compreso passato, presente, futuro di quella singola cosa-evento per conoscerla appieno. Ma la mente può illudersi di poterlo fare e lo fa di fatto, quando decide di chiamare con un solo nome per esempio la morte, il dolore e vivere uno solo dei due aspetti fondamentali che formano ogni cosa. Se il dolore per la perdita di una persona cara non lo giudicassimo più soltanto negativo, dannoso, la nostra attenzione potrebbe rivolgersi anche ad altri aspetti che potremmo definire positivi, perché accrescitivi della nostra conoscenza e invece di battere la testa sul muro della perdita, potremmo anche sdraiarci sull’erba dell’amore ricevuto, della riconoscenza per quella persona, per aver depositato in noi qualcosa che potrebbe oscurare quella sensazione di perdita e riconoscere che nello stesso tempo siamo pieni. Attenti alle nostre trasformazioni che ci potrebbero aprire scrigni segreti di noi stessi che non conoscevamo e via di questo passo. In realtà molti di noi potrebbero facilmente riconoscere questi strani effetti che produce il tempo, dopo anni da quel dolore, ma nel momento in cui succede, forse un semplice dolore fatto di tante cose, di tante memorie, si acuisce, si raddoppia, si moltiplica e perdura più del necessario, a causa di quel giudizio di base inespresso: - questo è un danno, una perdita, sono perduto – invece quell’evento non è altro che ciò che è sempre successo a tutti, che succederà a tutti ed anche a me, quell’evento non è niente di vantaggioso o svantaggioso, niente di bello e niente di brutto, è la vita, ma noi siamo lì a vederlo solo come morte, così siamo afferrati da un idea che non corrisponde a ciò che sta succedendo veramente e l’idea ci afferra perché noi l’abbiamo afferrata. Invece, ascoltandolo quel dolore, al posto di rifiutarlo perché è troppo, ed è troppo perché lo rifiuto, lo accetto ed è un altro sentire. Ogni evento è il frutto e la concatenazione, un anello di un tutto continuo che si scandisce in termini immediati di vuoto-pieno, positivo-negativo, così, se nella vita mi è capitato di avere fiducia in qualcuno, col pensiero inespresso: - ecco, di questa persona mi posso fidare - e poi questa persona ci sembra ci abbia traditi, provando molto dolore per questo, la causa di quel dolore non è in quel “tradimento”, ma in quel giudizio solidale e positivo iniziale, senza il quale non vi sarebbe sofferenza ora, impreparati perché cullati da una illusione, da un desiderio che vi sia solo il positivo nelle cose, cioè quello che noi vorremmo. Ma se fossi stato più consapevole e conoscitore anche delle mie stesse mancanze, delle mie stesse trasformazioni, avendo anch’io disatteso altrui aspettative e infine che se il negativo è già contenuto nel positivo come sua molla, materia, scaturigine, quel primo giudizio sarebbe potuto rimanere sospeso nella doppia affermazione: - questo evento è positivo e negativo al contempo – sospeso perché come si nota, le due affermazioni si eliminano a vicenda, lasciandomi libero, (non a caso alla lettera) di interpretare l’evento indifferentemente da qualsiasi altro punto di vista che non sia soltanto il mio e addirittura capire le eventuali ragioni dell’altro, invece che no, avendolo già stigmatizzato come traditore. Nel buddismo e in molte saggezze di altre religioni, si dice che tutto ciò che viene è indifferente, perché da un bene nascerà un male e viceversa, ma quella indifferenza è vista nelle cose che vengono ed avvengono, non in colui che così le vive, il quale anzi, si ritrova a vivere in modo più felice e libero tutto ciò che accade. Per questo motivo il principe Siddharta smise dopo sette anni di cercare il dolore, la privazione, rifiutando i beni per il corpo, perché molti saggi dicevano che attraverso la sofferenza si poteva trovare la salvezza. Smise perché capì che tutto questo era frutto della mente, la quale va per opposti, proprio come tutte le cose di questo mondo: - se la salvezza si trova attraverso la accettazione della sofferenza e la rinuncia ai beni materiali, cercherò di soffrire,se non trovo la salvezza cercherò di godere, se non trovo la salvezza in nessuno dei due modi, non crederò a quella verità, se non credere a quella verità mi porterà comunque a soffrire, ne farò una legge morale che mi dia almeno l’illusione di essere nel giusto, se le leggi morali mi porteranno a fare guerre che negheranno quella stessa legge, ne farò delle altre via via che saranno diverse anche di poco, finché prima o poi capirò e mi illuminerò definitivamente – Siddharta fermò tutto questo rumore e questo dimenarsi, perché la mente non può stare ferma, essa crede di muoversi, per questo cerca di fermare, diventa il movimento che vede e non crede che ci sia qualcosa di immobile ed eterno, perché vede la propria morte e non può accettarla, allora la scarta illudendosi di non morire mai, cercando l’immortalità in tutti i modi e Siddharta conobbe, riconobbe un'altra mente nel silenzio e nel vuoto, dove questa mente mortale morì. Era una mente infinita, dove c’eravamo anche noi di ora e dove c’era tutto, poi, dopo le ere che vide, aveva dimenticato il suo corpo e il suo nome, però ritornò in tempo per il grande amore che lo prese e ridette vita a quella mente e a quel corpo mortali ormai docili servitori, per aiutare anche gli altri a capire, perché per farlo aveva ancora bisogno delle parole di prima.

19/11/06 Non si può indagare una cosa con quella stessa cosa, così non si può indagare il pensiero col pensiero, l’intelletto con l’intelletto, la mente con la mente eccetera. In qualche modo noi riusciamo lo stesso ad indagare le cose utilizzando strumenti che non lo sono, ma senza sapere bene come, andiamo lo stesso per fede o per intuizione quando diciamo di non vedere l’aria ma riconosciamo che c’è, quando diciamo di vedere l’energia soltanto per gli effetti che produce sulle cose e non mai direttamente. Anche in questo caso pur non vedendo una cosa, diciamo che esiste e si potrebbe dire che nemmeno la “sentiamo” quella energia, visto che avvertiamo sempre e soltanto gli effetti ch’essa produce sui nostri legami molecolari, sulla pelle, nel nostro corpo, attraverso “trasformazioni” o cambiamenti della materia o dei nervi o dei liquidi di cui siamo costituiti. Non sentiamo niente in modo diretto, nessuna cosa è in contatto diretto con nessun’altra cosa, ma ogni “contatto” ed ogni movimento sono originati da qualcosa che non si vede, non si tocca e percepiamo le cose sempre e soltanto in termini di relazioni, rapporti, comparazioni, differenze eccetera. Ma questo non ci impedisce d’altro canto, di ritenere nello stesso tempo, degne di fede soltanto le cose che si vedono e si toccano, consegnandoci in tal modo a contraddizioni laceranti che investono tutta la sfera del nostro essere. Se dico che ho la capacità di pensare, sarà implicito il pensiero che ci sarà stato un tempo in cui non pensavo, così affermando il pensiero lo ho anche negato perché lo ho separato da me, visto che sarà implicito anche il pensiero: - se qualcuno pensa, c’è qualcuno che pensa- cioè qualcuno che fa qualcosa di diverso da sé. Si potrebbe obiettare che quel qualcuno e quel pensiero siano la stessa cosa, ma chi potrà mai risolvere il problema di chiamare una cosa con due nomi? Oppure in “qualcuno” è implicita la capacità di pensare? O che sia implicito nel pensiero, che sia necessariamente di qualcuno? Tutto questo accade perché operiamo una distanza, con la realtà circostante, con gli altri. Sulla base delle differenze che noi vediamo tra noi e le cose, tra noi e gli altri stabilendo così un “esterno” e un “interno”, una “estraneità” di fondo alla fine poi col mondo medesimo, con la realtà. Ma se dovessimo analizzare in che cosa concretamente siamo diversi dalle cose e dagli altri, non resterebbero che delle cose “credute”, astratte, quelle cose tanto aborrite oggi, perché filosofiche. Per il resto, siamo fatti e formati di tutte le cose che vediamo; di pietra, di legno di acqua di metalli, di fuoco, di vento, siamo fatti di altri e dagli altri; in che modo siamo “fuori“ da tutto questo? In che modo tutto questo è fuori di me? Solo per un credere che lo si sia, per un giudizio, per un assenso, per una affermazione. Ora, “le cose astratte” della filosofia, convennero già da tempo, che affermare è negare. Se dico che una cosa è bella e mi piace, ho detto anche che una cosa è brutta e non mi piace. Banale vero? Eppure è così che suona l’armonia: se dico “io”, ecco inventati gli “altri”, se dico gli altri ecco inventato me , ma che cosa è che funziona come “distanziatore”, in queste di per sé innocentissime discriminazioni, che sarebbero anche così naturali e necessarie? Ma l’assenso, l’affermazione unilaterale che non ha presente anche la negazione, mentre affermiamo. Così se dico “gli altri” ho negato me, nel pensiero: - non sono gli altri – e viceversa, ma se ho ben presente questa negazione ineluttabile che provoca solo dolore in tutti e due i casi, mi guarderò bene dal dire “gli altri” come se non fossero anche me e viceversa. Se guardando un bicchiere dirò che è fuori di me, dirò anche che è dentro di me e questo di qualsiasi cosa, anche di qualcuno che io dovessi affermare essere un ladro, un assassino. Anche perché nel caso di un essere umano che giudica un altro essere umano, è la stessa materia che giudica se stessa, come può? Sarà comunque sempre di parte per un qualsiasi “io”, altro è giudicarne l’operato, l’azione, il comportamento. Per questo forse, ci siamo inventati il terzo che giudichi in modo finale e divino. Allo stesso modo, se la mente indaga la mente, non affermerà mai niente che la neghi, inoltre pur presupponendo una generosa onestà di pensiero, come può uscire da se stessa per potersi rapportare con qualcosa d’altro? Sembra che anche qui debba venirci in soccorso quella divina o saggia sospensione da ogni affermazione unilaterale che dica che la mente è , senza tener presente che anche non è, ed andare onestamente verso la sua negazione, proprio come verso il suo fattore, la sua origine, visto che in questo mondo dualistico sembra proprio che ogni cosa ha la causa nel suo opposto. Ma in questo caso, lungi dal trovarsi nel “nulla” mefistofelico, potremmo ritrovarci proprio nel tutto, da dove è scaturita anche quella nostra mente. Come per esempio nel caso dello spazio, anzi del vuoto che è l’unico pensabile contenitore del tutto, che consente anche allo spazio di farsi ed alla materia di occuparlo e di muovervisi. Spazio è ancora sede di tensioni, ma vuoto è rilassatamente immobile. Spazio si differenzia da spazio, per tempi, estensioni e forze, ma il vuoto è dove tutto va, pieno di tutti i tempi e di tutte le realtà. Se questo è il mondo del pieno, la sua causa è nel vuoto, non il nulla. Inoltre quel vuoto dove c’è tutto, non può essere da qualche parte, sarà dappertutto, onnipresente e se anche non si vede e non si vede niente di tutti i tempi e le cose che ci sono, è qui. C’è una affermazione di base, il nostro stesso essere qui, è una affermazione, quel qualcosa che siamo, ha dovuto dare il proprio assenso in qualche tempo, in qualche parte per essere qui. L’assenso, il giudizio, l’affermazione rappresentano quel meccanismo che ci lega e ci articola alle cose, alla sensibilità di questo mondo, di questo tempo, di queste memorie. Per questo, quando cerchiamo l’opposto di una qualsiasi cosa, lo cerchiamo ancora in un “esistente”, perché è irrinunciabile la affermazione di base che dice: - se cerco l’opposto di qualcosa,quel qualcosa c’è – e se pure vediamo la incongruità di certi opposti, ci adattiamo a “cosizzare” ogni cosa ed ogni suo opposto. Così per esempio diciamo che l’opposto della luce è il buio, cosizzando una cosa che non è cosizzabile perché non esiste. Infatti l’opposto di luce è non-luce, cioè la sua negazione non il buio, il quale da solo non esiste, perché dipende dalla luce che è la sua matrice, la sua causa, quindi la stessa cosa. Di ogni cosa l’opposto è la non-cosa, così l’opposto della vita non è la morte, che invece è solamente il suo contrario: la stessa forza che tira a disgregare, ciò che dall’altra parte tira ad aggregare, cioè la stessa cosa. Ma l’opposto della vita è la non- vita, cioè qualcosa priva in parte o del tutto, delle qualità che ci fanno considerare vita la vita. Potremmo concepirla una vita senza la morte? Dovremmo però chiamarla in un altro modo, magari beatitudine se ci fosse solo felicità, oppure dannazione eterna, se fosse fatta di sola sofferenza, ma non più semplicemente vita e se noi amiamo vita, dovremmo amarla in tutti gli aspetti che la fanno tale, considerando che tutti i suoi aspetti hanno lo stesso valore nel farla ed accettarli tutti, anche la morte e il dolore con la stessa serenità di base e imparzialità, perché tutto è vita e tutto è bene, perché tutto ciò che accade deve accadere. Serenità e quiete sono la nostra forma migliore, la nostra condizione di base, perché tutto si esplica in termini di tensioni e trasformazioni. Se ho fame, c’è una assenza di nutrimento, di cibo, un vuoto che tira verso la morte, la disgregazione, la denutrizione, ma nello stesso tempo la stessa forza ci spinge verso il pieno, il nutrimento, il cibo. Sembra, ma non è vero, che non ci si possa sottrarre dal ritenere preferibile lo stato di sazietà, di soddisfazione di un bisogno, rispetto all’altro stato di necessità, mancanza, vuoto. Nel primo tempo, le due forze costituiscono appunto due forze contrarie che realizzano una tensione, intesa a produrre movimento, aggregazione, vita. Nel secondo caso, interviene non una semplice e diretta soddisfazione di un bisogno, ma un giudizio che “preferisce”, che sceglie lo stato ritenuto positivo e lo elegge come “migliore” costituendosi così un desiderio che per sua natura non potrà mai esaurirsi, perché ci separa dalla verità, dalla realtà, cioè il fatto che senza quel vuoto non ci sarebbe soddisfazione, perciò quel vuoto ha la stessa identica “importanza” di quel pieno. Ma quante cose nella vita, sulla base di questo meccanismo, riteniamo “più importanti” di altre? più “vantaggiose” ? per questo motivo nel buddismo si dice che si deve accettare ogni cosa che viene dandogli la stessa importanza, giudicandole per ciò che sono, non per quello che crediamo che siano. Ora, per conoscere veramente ciò che è, di un evento doloroso che mi capita e che io giudico “svantaggioso” o “dannoso”, dovrei avere il dono di poter vedere tutte le condizioni e le concatenazioni che dal passato lo hanno reso possibile e tutte le conseguenze forse anche vantaggiose e positive nel futuro, che nasceranno per questo. Riconoscendo umilmente di non poterlo fare, ecco perché nel buddismo e anche nelle saggezze di altre religioni, si va per assunti che richiedono fede, fiducia in una verità che va oltre il visibile, oltre quell’intelletto, quella mente, quella “ragione” che sono proprio alla base di quella ignoranza. Perché la mente è alla base di quella ignoranza? Perché potrà convincersi di capire o di non capire,ma non potrà mai convincersi di essere insufficiente, incapace, al massimo quando si trova di fronte a qualcosa che non sa spiegarsi, lo chiama mistero, sacro, dio. In altre parole cerca di nominare sempre, comunque, cioè va per affermazioni cercando di appiccicare etichette su tutte le cose, anche su se stessa, mai per negazioni, o meglio: per negazione e affermazione insieme. Non riesce a concepire che l’idea o l’immagine di una cosa, non corrisponda a quella cosa realmente e resta soltanto sempre, in ogni caso una propria rappresentazione proiettata sulle cose. Siccome ogni “singola” cosa è dipendente come minimo dal suo contrario e poi da altre, infine da tutte le altre compresa la nostra mente, la quale anch’essa è dipendente da ciò che vede e di come ne fa esperienza, non esiste niente di fermo che si possa appunto ad-fermare, affermare in una sola valenza, ma bisognerebbe cogliere tutte insieme le condizioni che hanno reso quella “singola” cosa, quella che è, così come è per spiegarla. Cioè ogni cosa è dipendente da ciò che non si vede, da tutte le altre che essa non è o che ancora non è come possiamo quindi conoscerla veramente? Bisognerebbe possedere una divina visione del tutto, compreso passato, presente, futuro di quella singola cosa-evento per conoscerla appieno. Ma la mente può illudersi di poterlo fare e lo fa di fatto, quando decide di chiamare con un solo nome per esempio la morte, il dolore e vivere uno solo dei due aspetti fondamentali che formano ogni cosa. Se il dolore per la perdita di una persona cara non lo giudicassimo più soltanto negativo, dannoso, la nostra attenzione potrebbe rivolgersi anche ad altri aspetti che potremmo definire positivi, perché accrescitivi della nostra conoscenza e invece di battere la testa sul muro della perdita, potremmo anche sdraiarci sull’erba dell’amore ricevuto, della riconoscenza per quella persona, per aver depositato in noi qualcosa che potrebbe oscurare quella sensazione di perdita e riconoscere che nello stesso tempo siamo pieni. Attenti alle nostre trasformazioni che ci potrebbero aprire scrigni segreti di noi stessi che non conoscevamo e via di questo passo. In realtà molti di noi potrebbero facilmente riconoscere questi strani effetti che produce il tempo, dopo anni da quel dolore, ma nel momento in cui succede, forse un semplice dolore fatto di tante cose, di tante memorie, si acuisce, si raddoppia, si moltiplica e perdura più del necessario, a causa di quel giudizio di base inespresso: - questo è un danno, una perdita, sono perduto – invece quell’evento non è altro che ciò che è sempre successo a tutti, che succederà a tutti ed anche a me, quell’evento non è niente di vantaggioso o svantaggioso, niente di bello e niente di brutto, è la vita, ma noi siamo lì a vederlo solo come morte, così siamo afferrati da un idea che non corrisponde a ciò che sta succedendo veramente e l’idea ci afferra perché noi l’abbiamo afferrata. Invece, ascoltandolo quel dolore, al posto di rifiutarlo perché è troppo, ed è troppo perché lo rifiuto, lo accetto ed è un altro sentire. Ogni evento è il frutto e la concatenazione, un anello di un tutto continuo che si scandisce in termini immediati di vuoto-pieno, positivo-negativo, così, se nella vita mi è capitato di avere fiducia in qualcuno, col pensiero inespresso: - ecco, di questa persona mi posso fidare - e poi questa persona ci sembra ci abbia traditi, provando molto dolore per questo, la causa di quel dolore non è in quel “tradimento”, ma in quel giudizio solidale e positivo iniziale, senza il quale non vi sarebbe sofferenza ora, impreparati perché cullati da una illusione, da un desiderio che vi sia solo il positivo nelle cose, cioè quello che noi vorremmo. Ma se fossi stato più consapevole e conoscitore anche delle mie stesse mancanze, delle mie stesse trasformazioni, avendo anch’io disatteso altrui aspettative e infine che se il negativo è già contenuto nel positivo come sua molla, materia, scaturigine, quel primo giudizio sarebbe potuto rimanere sospeso nella doppia affermazione: - questo evento è positivo e negativo al contempo – sospeso perché come si nota, le due affermazioni si eliminano a vicenda, lasciandomi libero, (non a caso alla lettera) di interpretare l’evento indifferentemente da qualsiasi altro punto di vista che non sia soltanto il mio e addirittura capire le eventuali ragioni dell’altro, invece che no, avendolo già stigmatizzato come traditore. Nel buddismo e in molte saggezze di altre religioni, si dice che tutto ciò che viene è indifferente, perché da un bene nascerà un male e viceversa, ma quella indifferenza è vista nelle cose che vengono ed avvengono, non in colui che così le vive, il quale anzi, si ritrova a vivere in modo più felice e libero tutto ciò che accade. Per questo motivo il principe Siddharta smise dopo sette anni di cercare il dolore, la privazione, rifiutando i beni per il corpo, perché molti saggi dicevano che attraverso la sofferenza si poteva trovare la salvezza. Smise perché capì che tutto questo era frutto della mente, la quale va per opposti, proprio come tutte le cose di questo mondo: - se la salvezza si trova attraverso la accettazione della sofferenza e la rinuncia ai beni materiali, cercherò di soffrire,se non trovo la salvezza cercherò di godere, se non trovo la salvezza in nessuno dei due modi, non crederò a quella verità, se non credere a quella verità mi porterà comunque a soffrire, ne farò una legge morale che mi dia almeno l’illusione di essere nel giusto, se le leggi morali mi porteranno a fare guerre che negheranno quella stessa legge, ne farò delle altre via via che saranno diverse anche di poco, finché prima o poi capirò e mi illuminerò definitivamente – Siddharta fermò tutto questo rumore e questo dimenarsi, perché la mente non può stare ferma, essa crede di muoversi, per questo cerca di fermare, diventa il movimento che vede e non crede che ci sia qualcosa di immobile ed eterno, perché vede la propria morte e non può accettarla, allora la scarta illudendosi di non morire mai, cercando l’immortalità in tutti i modi e Siddharta conobbe, riconobbe un'altra mente nel silenzio e nel vuoto, dove questa mente mortale morì. Era una mente infinita, dove c’eravamo anche noi di ora e dove c’era tutto, poi, dopo le ere che vide, aveva dimenticato il suo corpo e il suo nome, però ritornò in tempo per il grande amore che lo prese e ridette vita a quella mente e a quel corpo mortali ormai docili servitori, per aiutare anche gli altri a capire, perché per farlo aveva ancora bisogno delle parole di prima.
Ro Buonafina il Sabato, 09 Giugno 2012 13:22

Ho dovuto leggerlo più volte,sai io sono umilmente in cammino e ho solo da imparare o ricordare ciò che è sempre stato dentro di me......Davvero grazie è molto interessante mi è servito molto:D

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