Mi affascina il dialogo tra corpo e immaginario, e sono da sempre motivata dalla ricerca di senso nella relazione intima fra realtà sensoriale e cause trascendenti, tra contenuto e struttura, tra materia e spirito, tra concreto e astratto, sentendo che tra queste coppie di realtà non vi è separazione - come la nostra società ci porta a credere - bensì una profonda e coerente interconnessione.

C'è un insight all'origine della mia ricerca personale, un'esperienza che oggi - nella mia memoria - rappresenta la prima volta
che ebbi un'intuizione a questo proposito. Avevo 16 anni: ricordo che ero a lezione di disegno dal vero e stavo riprendendo una natura morta, usando il carboncino. Il maestro mi si avvicinò e mi fece notare che se volevo dare più forza all'espressione del lavoro e renderlo più realistico, dovevo marcare di più le ombre, creare più contrasti.

Mi fece "vedere" come le zone scure fossero, in quelle condizioni ambientali, nettamente separate dalle zone di luce, guidando la mia attenzione nell'osservare ora il mio lavoro, ora la composizione di frutta. Percepivo con gli occhi quello che lui mi diceva, ma mentre stendevo le bande scure sul foglio, premendo forte, il mio corpo si opponeva, sentivo salire l'ansia e così mi affrettavo a sfumare, tornando a rendere morbido e dolce il passaggio fra il bianco e il nero. Era più forte di me.

Ricordo bene ancora oggi come un pensiero mi attraverò in un lampo: perchè era così difficile? Perché lo sentivo così personale? Non era una questione di tecnica, né tantomeno il soggetto aveva o rappresentava un particolare significato per me. Era proprio che quelle ombre così nette, vicine alle parti illuminate, mi davano veramente fastidio. E mentre stavo lì, a stendere e sfumare il carboncino, un pensiero mi arrivò veloce e spontaneo, srotolandosi in modo naturalmente conseguente al processo di produzione artistica e mi fluirono alla mente tutte le volte in cui cercavo di evitare i conflitti/contrasti nelle relazioni quotidiane, preferendo approcci graduali, morbidi, senza scosse. Rimasi stupefatta, soprattutto per l'imprevedibilità del fatto.

Fui in grado materialmente di venire a patti, quella volta, con la realtà che luci e ombre erano in grado di dare profondità e spessore al mio lavoro e questo mi rese fiera. Ero molto giovane e ovviamente non mi posi subito domande filosofiche al riguardo, ma mi rimase anche molto impresso questo avvenimento che ricordo ancora oggi come un'esperienza davvero olistica: un tutt'uno fisico, emotivo, mentale. Oggi so che fu un principio di consapevolezza innescato dall'osservazione "intenzionale"di quello che stavo realizzando, messa in forma dalla sperimentazione fisica ed emotiva del processo creativo.

Le qualità strutturali, estetiche, materiali del mio lavoro - insieme al processo per crearlo - e non l'interpretazione del suo contenuto, erano stati illuminanti sul mio essere. Questo era stato possibile in quanto io, in quel preciso momento, utilizzando quel materiale con le sue caratteristiche peculiari (avrebbe potuto essere lo stesso con l'acquarello?), provando quelle emozioni, "guardando" in modo intenzionale, avevo avuto accesso alla comprensione spontanea di qualcosa di profondo.

Mi piace immaginare i canali sensoriali come porte attraverso le quali le informazioni, gli stimoli, passano e portano la coscienza a reagire: attraverso i sensi noi sperimentiamo il mondo e lo conosciamo, attraverso di essi noi elaboriamo le esperienze e restituiamo al mondo le nostre rappresentazioni in un processo ininterrotto e circolare di percezione, ricezione, attribuzione di senso, interiorizzazione, trasformazione e contemporaneamente espressione, narrazione, auto-rivelazione, comunicazione, riconoscimento di sé e dell'altro, reciprocità. In una parola: Vita.

Angela

http://artecometerapia.blogspot.it/2014/03/guardare-e-una-disciplina-creativa-in-se.html

Pubblicato da Soul_In_Motion in Crescita Personale il 20 Mar 2014 | Modificato: 20 Mar 2014
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